di Armando De Vincentiis
Come afferma il Nobel Eric Kandel, l’inconscio della neuroscienza moderna è completamente diverso da quello freudiano: non è un deposito di desideri repressi che spingono all’azione, ma un insieme di processi cognitivi automatici che avvengono fuori dalla consapevolezza e che non hanno nulla a che fare con pulsioni profonde
Allora, partiamo dal presupposto che non si vuole criticare la psicoanalisi come modello di lettura teorica: le sue affermazioni restano valide solo all’interno del modello stesso e possono anche avere una funzione operativa, all’interno di quel modello, per dare un significato a fenomeni umani che sfuggono alla conoscenza cosciente. Una lettura della personalità, una lettura delle difese che permette di comprendere azioni altrimenti incomprensibili. Anche se quella lettura non ha un valore universale, ma solo se inquadrata dentro la teoria.
Tuttavia, ci sono alcune realtà che non solo la psicoanalisi non legge, ma costruisce arbitrariamente. Il difetto, se vogliamo chiamarlo così, della psicoanalisi è proprio quello di dare un significato alle cose. Un significato che potrebbe anche non esistere. Infatti, secondo alcuni autori, la celebre frase (attribuita a Freud) a volte un sigaro è solo un sigaro sta a significare proprio questo. Oggi però alcuni analisti ortodossi sembrano dimenticarlo, e spesso in terapia quel famoso sigaro acquista quasi sempre un significato profondo che solo l’analisi farebbe emergere alla coscienza.
Il problema è che ciò che emerge può essere completamente costruito, senza una base reale. In analisi possono emergere abusi mai ricevuti, traumi mai avvenuti, ricordi di azioni mai compiute, eppure assumono un significato attuale, capace di dirigere la realtà presente su basi completamente fantasiose, anche se coerenti con la teoria. Ed è almeno in queste occasioni che non possiamo dar torto allo scrittore Karl Kraus quando affermava che (almeno a volte) la psicoanalisi è la malattia che si spaccia per cura.
Lo stesso vale quando alcuni analisti, nei media, interpretano gli atteggiamenti di presunti assassini: offrono una bella lettura, coerente sì, ma solo con la teoria di riferimento, senza alcuna certezza che sia compatibile con la realtà dei fatti.
Il problema è che le moderne neuroscienze, pur riconoscendo alcune intuizioni di Freud, ne ribaltano completamente i presupposti, a partire dal concetto stesso di inconscio. Come afferma il Nobel Eric Kandel, l’inconscio della neuroscienza moderna è completamente diverso da quello freudiano: non è un deposito di desideri repressi che spingono all’azione, ma un insieme di processi cognitivi automatici che avvengono fuori dalla consapevolezza e che non hanno nulla a che fare con pulsioni profonde.
In alcuni disturbi ansiosi, ad esempio, il modello freudiano ortodosso può essere addirittura iatrogeno, perché pone alla base contenuti che potrebbero essere del tutto inesistenti. Prendiamo le ossessioni: la spinta a fare del male, i desideri inaccettabili per il paziente rischiano di trovare un senso (che non hanno) e di vedersi attribuita una dignità che non possiedono. Perché accade? Perché la psicoanalisi dice bugie? No: accade perché è coerente con il suo sistema teorico che, ancora oggi, come afferma il filosofo della scienza Adolf Grünbaum, non ha un avallo empirico per molte delle sue affermazioni.
Affascinante per descrivere un’opera, rassicurante per dare un senso a una sceneggiatura alla Dario Argento, una lampada che orienta in un labirinto… ma valida solo per quel labirinto. E, come diremmo oggi parlando di intelligenza artificiale, spesso cade in vere e proprie allucinazioni interpretative. Non dice bugie: prende abbagli, e anche di un certo rilievo.
Ogni paziente che intraprende un percorso dovrebbe esserne consapevole, così come ogni analista moderno conosce i limiti del modello e saprebbe integrare le sue definizioni teoriche con acquisizioni più recenti delle neuroscienze e, in alcuni casi, anche mettere da parte le interpretazioni.


