di Rosa Surico
La voce profetica di un poeta operaio. Nei suoi versi il contrasto alla bellezza di una città prigioniera, recintata. Alte mura d’ acciaio che si riflettono perfino nei tramonti. Freddo e scuro l’ acciaio, come la morte sul lavoro che per la prima volta viene cantata lucidamente nelle sue poesie
Taranto, città di poesia. A dispetto di una diceria senza prove che la definisce non avvezza alla carineria e a quella percezione che può apparire illusoria nei versi poetici, risuonano come un’ eco amara le parole pulite, genuine, prive di illusione o di estenuanti figure retoriche, di un poeta operaio dell’ italsider. La poesia arriva a toccare uno dei temi più crudi, più spaventosi: la morte in fabbrica.
“Un operaio è caduto l’altro giorno da un altoforno 70 metri sempre in giù sempre più giù verso la terra dei vivi salutata finalmente dal cielo”. Inizia con questi versi la poesia “La terra di ferro”di Pasquale Pinto, poeta tarantino del secolo scorso. Era il 1964. Un giovane ragazzo varca le soglie della fabbrica che in quell’ anno inizia la sua produzione. Ci rimase fino al 1990. L’ Italsider di Taranto veniva inneggiata dal resto d’ Italia. Era la “benedizione”, il “miracolo” del Meridione. Trasformò la città dei due mari nel “quarto polo siderurgico” italiano, portando lavoro e sviluppo ma cambiando radicalmente il suo volto. Furono da subito espiantati gli ulivi ma continuava ad essere definita come un dono del cielo.
Italsider, poi mutó in ILVA (Istituto Leslie Walker Acciaierie) e, in seguito, assunse altre denominazioni, ma il termine originario fotografa gli anni della sua nascita e della sua crescita a Taranto.
Da solo è due volte più vasto della città di Taranto ma nel 1965, quando venne inaugurato, l’Italsider era estesa su 600 ettari. Tra gli anni Sessanta e Settanta divenne grande più del doppio: si estese su 1500 ettari.
La produzione poetica di Pasquale Pinto si inserisce nel filone della “poesia operaia” che negli anni ’60 annovera soprattutto al nord grandi nomi come Luigi Di Ruscio (“Poesie operaie”, 1966) al quale si aggiungono Pavese, Bianciardi e Vittorini. Le tematiche industriali erano sempre più presenti in un’epoca di grande trasformazione sociale e crescita industriale.
“Ho un cuore dalla rilegatura antica che cerca la sua polvere in una pagina. Ma forse ho solo parole per dare ad ogni morto il suo nome. Mi salvarono talvolta le tue maniche da sole bastavano a sorreggere il piombo dei tramonti”.
La terra di ferro e altre poesie (Marcos y Marcos, 2023), a cura di Stefano Modeo
Ed è proprio l’ accademico tarantino che di lui dice:
“Un poeta capace di tradurre la condizione operaia in condizione umana attraverso il suo verso breve, tagliente, scarno di figure retoriche, ritmato, essenziale, come la sua produzione.”
La prima raccolta di Pinto, ‘Jonica’, fu pubblicata nel 1971. Era un poeta umile e schietto, tanto da essere apprezzato anche da critici famosi come Spagnoletti e Giorgio Caproni. Nel 1976 pubblica In fondo ad ogni specchio, nel 1992 La Terra di Ferro.
De Il parco depresso, non si conosce la data di pubblicazione. Le Edizioni della Provincia di Taranto pubblicano i Poemetti nel 1994 e I mari della corte nel 2003.
Erano gli anni ’70 in fabbrica si moriva. Negli anni seguenti si è continuato a morire. La lista è troppo lunga. É il 2026, si muore ancora.
Un operaio
è caduto l’altro giorno
da un altoforno
70 metri
sempre in giù
sempre più giù
verso la terra dei vivi
salutata finalmente dal cielo.
La loppa tiepida
ha ripreso a fumare
col sangue delle narici.
Un tecnico
forse del nord
forse del sud
pieno di vita come il sole
gli si è chinato
con le mani di una madre
con le mani di tutte le madri
che attendono sugli usci gialli
come terra la pioggia di
settembre.
Sulle mense
c’è sempre un piatto
che non si decide a togliere
una giacca d’aria
e un viso in fondo ad ogni specchio.
Ed un cartellino con nessun orario.
Mentre
un addetto alle ferrovie
corre davanti ai vagoni
verso uno scambio
bollente d’estate
ghiacciato d’inverno
con vecchie parole
su una bandiera rossa.
In direzione gli uffici si gonfiano di carte
si dattiloscrive la nascita
la morte
l’infortunio accaduto
mentre tutti erano a tavola
e si discuteva sugli anni
da vivere.
Un operaio è caduto l’ altro giorno. Ha fatto qualche metro. Era il 12 gennaio 2026. Proprio qualche giorno fa. Si chiamava Claudio Salamida, giovane padre di un bambino che non vedrà crescere.
I tramonti forse sono solo tramonti che meritano di essere respirati. La città liberata da un’ illusione, non quella della poesia. Onore al poeta Pasquale Pinto, operaio. A Claudio Salamida. A tutti gli altri della lunga lista.Troppi.


