La morte di Loris Costantino non è fatalità. E’ un dramma che solleva questioni politiche e di sicurezza: non basta indignarsi, serve rompere il ciclo della dittatura economica che mette a rischio chi lavora e chi vive il territorio
La morte di un operaio non è statistica o fatalità, è un fatto politico. Segue una scelta precisa che muove dalla dittatura economica come forma perseguibile. E intanto il canovaccio è pronto.
Quell’energia retorica sprigionata a poche ore da una tragedia, risultante stucchevole e inopportuna, quel rituale di espiazione collettivo necessario. Oggi il sindaco di Taranto si esprime dolendosi e addita la fabbrica, indice tavoli istituzionali, paventa addirittura la possibilità di una chiusura, invocando misure drastiche.
In contro tendenza rispetto a servitù garantita e acquiescente accettazione palesi in questi mesi di mandato. Azioni simboliche talvolta, ma prive di autentica forza politica: nessuna pressione sistematica sulle istituzioni competenti, né una battaglia frontale (ma nemmeno laterale) sulle autorizzazioni ambientali e industriali che regolano lo stabilimento, nessuna concreta opposizione, nessuna richiesta di compensazione.
Il tema della agibilità dello stabilimento è di nuovo al centro. Ma la sicurezza non può essere un’emergenza che scatta al superamento di una soglia di tolleranza emotiva né può seguire al proclama quando qualcuno ci ha rimesso la pelle. È un requisito operativo che deve precedere l’accensione di ogni impianto.
La grammatica colonialista però impone altri schemi: si estrae valore da un territorio scaricandone i costi su chi lo abita e su chi lavora. E allora il punto non è soltanto indignarsi. Il punto è rompere questo schema. Ma chi è disposto a farlo?


