di Federico D’Addato
La testimonianza di chi visse l’esodo istriano a sei anni
“Sentirmi italiano era tutto per noi”. Gli occhi di Quinto si illuminano quando parla di Pola, la città che ha dovuto lasciare quando aveva appena sei anni. Nel febbraio del 1947, insieme alla sua famiglia affrontò l’Adriatico sul piroscafo Toscana, insieme a migliaia di istriani, giuliani e dalmati, costretti all’esodo, o all’infoibamento, dai partigiani comunisti titini.
“I ricordi tristi restano più impressi di quelli belli ed io ricordo tutto, nonostante fossi un bambino.” Quinto è arrivato in Puglia, a Taranto, città dove fu destinato suo padre per la sua professione e qui ha costruito la sua vita.
L’inizio non fu facile: il pregiudizio di essere chiamati con razzismo “slavi” e con la stessa cattiveria “fascisti” feriva profondamente chi non era né slavo né fascista, ma semplicemente italiano. “Per noi esuli, sentirci italiani era tutto, quando siamo stati costretti a lasciare le nostre terre, l’unica cosa che potevamo portare con noi era la nostra italianità.” Un’identità che non si limita ad una questione linguistica o burocratica, ma culturale, di tradizioni, di un modo di vivere e di sentire.
“Abbiamo abbandonato le nostre case, le nostre cose”. L’inizio di una nuova vita nel quartiere Tamburi, dove la piccola comunità di esuli (circa quaranta famiglie) aveva un forte senso di appartenenza, riunendosi per ricordare, parlare dialetto, cantare le proprie canzoni.
Ricorda e sorride quando racconta che durante le festività: “Facevamo il falò di San Tommaso, i tarantini quello di San Giuseppe. Due falò, due occasioni diverse, noi vivevamo tutti insieme sulla Croce, tarantini e istriani.”
Nel Giorno del Ricordo, Quinto guarda al passato con la consapevolezza che la sua storia, come quella di migliaia di altri esuli, non deve essere dimenticata. “È importante che si conosca cosa è successo”. La testimonianza di Quinto è una ricchezza per questo territorio, questa gente che ha intrecciato la propria vita qui, lavorato, ed oggi testimonia. La sua voce è ancora salda, nonostante il peso degli anni e dei ricordi, è un monito e insieme un messaggio per non dimenticare.


