di Emanuela Perrone
L’ennesimo incidente nel siderurgico riaccende il dolore per le morti sul lavoro e mette in luce il silenzio istituzionale che continua a circondarle
Un altro lavoratore è morto all’ex Ilva. Un altro incidente mortale in quello che continua a essere uno dei simboli più drammatici dell’industria italiana. L’ennesimo, appunto. Un decesso che pesa come una condanna, perché racconta una tragedia che non è più emergenza ma consuetudine, non più eccezione ma sistema.
Ancora una volta una famiglia spezzata, colleghi sotto shock, una comunità che conosce fin troppo bene questo dolore. E ancora una volta la stessa domanda: quante morti servono perché la sicurezza sul lavoro diventi davvero una priorità politica, e non solo uno slogan da commemorazione?
Di fronte a queste tragedie, ciò che colpisce non è solo la ripetizione degli incidenti, ma il trattamento pubblico che ricevono. Per le morti sul lavoro nel siderurgico – come in tanti altri settori – lo Stato non ha mai proclamato il lutto nazionale. Mai un giorno di bandiere a mezz’asta, mai un segnale forte che dicesse: queste vite valgono quanto tutte le altre.
Perché alcune morti scuotono le istituzioni e altre no? Perché la morte di chi lavora in quella fabbrica, spesso in condizioni rischiose, sembra appartenere a una categoria diversa, quasi accettata come “costo” inevitabile della produzione?
All’ex Ilva si muore da anni. Si muore di incidenti, di malattie, di esposizioni prolungate. E ogni volta si promettono controlli, manutenzioni, riforme, piani di sicurezza, mentre il conto continua a salire.
Il lutto di Stato non restituisce una vita, è vero. Ma è un atto politico, un messaggio chiaro su ciò che un Paese considera intollerabile. Finché le morti sul lavoro continueranno a essere trattate come fatalità, il messaggio resterà lo stesso: c’è chi può morire senza che lo Stato intervenga davvero.
E allora l’ennesima morte all’ex Ilva non è solo una notizia di cronaca. È uno specchio impietoso delle priorità del Governo.


