di Rosa Surico
Nella giornata dedicata alle donne, due donne tra difficoltà e solitudine, a risonanza. Una curva, nella curva, tra le oltre 2 milioni di donne segnate dalla povertà in Italia
Una scalinata sopra la fermata della Metro B, un collegamento a gradoni tra la piazza e il Largo Gaetana Agnesi, a scrutare silenziosamente la maestosità del Colosseo. Fu dedicata a Maria Gaetana Agnesi, la prima matematica, filosofa, teologa e filantropa italiana. La più grande di tutti i tempi e prima donna autrice di un libro di matematica che riuscì ad ottenere nella prima metà del ‘700 una cattedra universitaria. L’ ideatrice della Curva algebrica che per un errore di trascrizione dall’ inglese, passò alla storia come la Strega di Agnesi.
E seduta proprio a una curva della scalinata puoi trovarci lei, un volto di donna uno dei tanti che chiameremo proprio Strega di Agnesi. Non parla italiano, né inglese. Annuisce con la testa, sorride con gli occhi, uno dei due azzurri, l’ altro completamente chiuso. Fa solo segno di scattarle una foto, luminosa com’ è, e offre un bicchiere bianco, come fosse il filo invisibile che unisce i “ricchi” e i “poveri”: l’ elemosina. Quella che Dostoevskij definiva “piacere altezzoso e immorale, quello che fa compiacere il ricco della propria ricchezza, del potere, e del confronto tra la propria importanza e quella del mendico“.
Il fenomeno dell’ elemosina in Italia è molto complesso. É scaturito da povertà, mancanza di tutele sociali, diritti negati, coinvolgono spesso migranti provenienti dall’Est Europa o dall’ Africa. Ma tra questi sempre più italiani. La Corte Costituzionale ha stabilito che la mendicità non è reato se valutata come richiesta di solidarietà umana, ma l’accattonaggio forzato, specialmente quello che coinvolge minori, può essere punito penalmente.
Su quella scalinata che è stata usata spesso come set cinematografico, è seduta la bellezza di una donna. Una velata richiesta di imprimere il suo volto, di farlo risuonare nel caos della metropoli, un volto di donna non invisibile per qualche istante.
A Taranto, la Strega di Agnesi, una delle tante, si dà il nome di Brigitte, la Bardot francese, famosa. È italiana, di Taranto. Cammina tra i vicoli della Città Vecchia, tra la Santità del Duomo di San Cataldo e le note silenti di Paisiello. Non ha un bicchiere come la Strega di Agnesi, ma chiede cinque euro. L’ elemosina come fosse un legame, per una condivisione con i passanti, a supplire ciò che può mancare anche emotivamente. Due pettole e una Fanta e a suon di risate ricorda che le piacerebbe andare su Italia uno. È bella come Brigitte, se non glielo dice nessuno se lo ricorda da sola perché “lei brilla” ogni giorno. Ama le bambole anche se sono passati più di cinquant’ anni da quando è stata una bambina. Ora vuole leggere i libri, più di tutti la storia di Cenerentola. Per il finale. La povera che ben vestita raggiunge il castello, come se fosse sul set reale di un docufilm trasmesso sulle reti sociali italiane però. A risonanza pure lei. “Scatta qualche foto, fatti un selfie con me, auand c’è Brigitte Bardot” -scherza in dialetto – .
Luminose queste donne, volti di donne che non sanno o non possono fotografarsi, ma vogliono farlo. Sorridenti, positive, ironiche oltretutto. A risonanza, come la curva della matematica italiana, a imprimerla la loro esistenza nella loro dignità composta. A squarciarlo il velo del silenzio e dell’ invisibilità. Grazie anche a chi si occupa di loro per quello che è possibile.
Certe donne brillano, canta qualcuno. Vogliono brillare. Continuano a farlo nonostante tutto. Nella giornata dedicata alle donne. La Strega di Agnesi di Roma e la Brigitte Bardot di Taranto, tra tutte le altre. Sempre di più.


