Negli ultimi anni si è discusso molto di riforma dei campionati. Ma lo Statuto federale impone la condivisione tra tutte le componenti: un principio democratico che, nei fatti, si traduce in un muro quasi insormontabile. Ridurre il numero delle squadre di Lega Pro significherebbe incidere su interessi economici, occupazionali e di rappresentanza. Vorrebbe dire, ad esempio, trasformare lo status di un congruo numero di calciatori da professionisti a dilettanti. Una scelta che tocca equilibri delicatissimi. E così la riforma resta un esercizio teorico, mentre l’emergenza avanza
Licenze, fideiussioni e classifiche virtuali: il calcio che rischia di implodere. Il 24 novembre 2025 il Consiglio Federale ha approvato il sistema delle Licenze Nazionali per la stagione sportiva 2026/27. Un passaggio che, nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare un ulteriore passo verso la stabilizzazione economico finanziaria del calcio professionistico, in linea con il Piano Strategico varato nel 2024.
L’inasprimento dell’indicatore del Costo del Lavoro Allargato, fissato a 0,7 per evitare il blocco del mercato, con l’esclusione dei costi degli Under 23 selezionabili per le Nazionali Azzurre, è un segnale chiaro: la sostenibilità non è più una parola accessoria, ma un parametro vincolante.
Eppure, la realtà racconta altro. Racconta di un sistema che, stagione dopo stagione, mostra crepe sempre più profonde. Racconta di una terza serie, la Lega Pro, dove la sostenibilità è diventata una chimera, un miraggio che si allontana ogni volta che si prova a inseguirlo.
I paletti per l’iscrizione ai campionati sono sempre più stringenti, ma non bastano. Le difficoltà finanziarie sono ormai strutturali. I deferimenti si moltiplicano, le penalizzazioni fioccano, le classifiche si deformano sotto il peso delle inadempienze amministrative. Il campo non è più il giudice unico. I risultati diventano “virtuali”, sospesi tra verdetti sportivi e decisioni dei tribunali federali. Nel girone C, più che altrove, il rischio di stravolgimenti in zona promozione, come in zona salvezza, non è un’ipotesi remota, ma una prospettiva concreta.
Negli ultimi anni si è discusso molto di riforma dei campionati. Ma lo Statuto federale impone la condivisione tra tutte le componenti: un principio democratico che, nei fatti, si traduce in un muro quasi insormontabile. Ridurre il numero delle squadre di Lega Pro significherebbe incidere su interessi economici, occupazionali e di rappresentanza. Vorrebbe dire, ad esempio, trasformare lo status di un congruo numero di calciatori da professionisti a dilettanti. Una scelta che tocca equilibri delicatissimi. E così la riforma resta un esercizio teorico, mentre l’emergenza avanza.
Se non si può riformare l’architettura, si tenta di intervenire sui requisiti. La proposta di innalzare in modo significativo le coperture fidejussorie, oggi ferme a 350 mila euro, cifra ormai anacronistica, va in questa direzione. Un milione di euro di garanzia sarebbe più coerente con monte ingaggi e gestioni che viaggiano su cifre milionarie. Ma la domanda è inevitabile: quanti club sarebbero in grado di sostenerlo?
La verità è che il problema è prima di tutto culturale. Il costo del lavoro, soprattutto in terza serie, è lievitato in modo irrazionale. Contratti a cinque zeri sono diventati prassi, anche dove i ricavi da botteghino, sponsorizzazioni e contributi pubblici non giustificano simili esposizioni.
Il “milione” come tetto gestionale è un ricordo lontano. E il fenomeno, paradossalmente, contagia anche il mondo dilettantistico, dove ex professionisti a fine carriera scendono di categoria mantenendo pretese economiche fuori scala.
Qui si incrociano due responsabilità. Da un lato una classe dirigente spesso impreparata, talvolta approssimativa, in alcuni casi attratta più dal prestigio personale che dalla solidità aziendale. Dall’altro una categoria di tesserati che, alimentata da aspettative gonfiate negli anni, fatica a comprendere che un sistema economicamente fragile non può garantire stipendi strutturalmente fuori mercato.
Il passo è più lungo della gamba per tutti. Per i dirigenti che spendono oltre le reali disponibilità, inseguendo promozioni immediate senza una base economica solida. Per i calciatori che accettano contratti insostenibili, salvo poi trovarsi coinvolti in vertenze, ritardi nei pagamenti, fallimenti e radiazioni.
Defezioni in corso d’opera, controversie economiche, penalizzazioni, rinunce ai campionati: ciò che un tempo era eccezione oggi è consuetudine. E quella che era considerata la terza industria nazionale appare sempre più fragile, esposta a scosse continue.
La stretta sulle licenze può produrre una selezione naturale, soprattutto in Lega Pro. Forse dolorosa, ma necessaria. Tuttavia non basterà irrigidire parametri e aumentare fidejussioni se non si interviene sulla cultura gestionale e sulla responsabilità collettiva. La sostenibilità non è solo un indice numerico: è un cambio di mentalità.
Il calcio italiano è davanti a un bivio. Continuare a tamponare emergenze, accettando classifiche alterate e stagioni falsate, oppure affrontare con coraggio una revisione strutturale che metta al centro equilibrio economico, competenza manageriale e realismo contrattuale.
Perché senza questo salto di qualità, il rischio non è solo qualche punto di penalizzazione in più. È l’implosione silenziosa di un sistema che continua a vivere al di sopra delle proprie possibilità. E quando il campo non basta più a decidere, significa che il problema non è sportivo. È sistemico.


