La lezione che arriva da Lecce è chiara: anche in provincia si può competere ad alti livelli, purché si scelga la strada della competenza, dell’equilibrio finanziario e della costruzione paziente. Per Bari, Foggia, Taranto, Andria e Barletta la sfida non è soltanto risalire una classifica, ma ricostruire credibilità e fiducia. Senza quelle, nessun progetto può davvero durare
Il calcio pugliese attraversa una delle fasi più delicate della sua storia recente. Piazze calde, tradizione, numeri importanti di pubblico e una cultura sportiva radicata non bastano più a mascherare fragilità strutturali, gestionali e progettuali. Bari, Foggia, Taranto, Andria e Barletta rappresentano, ciascuna con le proprie specificità, il riflesso di una crisi che è prima di tutto manageriale. In controtendenza, il modello Lecce dimostra che una strada diversa è possibile.
Bari: dalla Serie A sfiorata al rischio implosione
La situazione del Bari è la più rumorosa e simbolica. La promozione in Serie A sfumata nei secondi finali del playoff contro il Cagliari Calcio ha segnato uno spartiacque emotivo e tecnico. Da quel momento, il progetto si è progressivamente sfilacciato. La gestione della famiglia De Laurentiis, con Luigi in prima linea, è finita al centro di una contestazione feroce. Alla proprietà si rimproverano l’assenteismo percepito, la multiproprietà (che dovrà essere risolta entro il 2028), l’allontanamento di figure storicamente identitarie come Giovanni Loseto e scelte tecniche poco coerenti.
Nel mirino è finito anche Antonio Decaro, accusato da parte della tifoseria di aver affidato il club alla famiglia napoletana. A fronte di una gestione economica che supera i dodici milioni annui, la squadra non esprime identità tecnico-tattica né risultati adeguati. La classifica preoccupa, la piazza chiede un cambio radicale e l’eventuale retrocessione aggraverebbe una frattura già profonda tra società e ambiente.
Foggia: entusiasmo e precarietà
Anche il Calcio Foggia 1920 vive un momento complicato. Dopo anni di tensioni, Nicola Canonico ha lasciato la guida del club. Il ritorno di riferimenti storici come la famiglia Casillo, insieme a De Vitto, ha riacceso entusiasmo e riportato pubblico allo Zaccheria.
Ma l’energia della piazza non si è tradotta in risultati. Cambi in panchina, l’esonero del primo allenatore e le dimissioni del suo successore – storico vice di Zdeněk Zeman – hanno certificato un’instabilità tecnica evidente. Ora la squadra è affidata a Michele Pazienza, chiamato a una missione complessa in una classifica sempre più fragile. Il rischio Serie D rappresenterebbe un freno pesantissimo a un progetto che, nelle intenzioni, resta ambizioso.
Taranto: progetto da ricostruire
Il Taranto FC 1927 ha visto disattese le aspettative di inizio stagione. L’ingresso dei fratelli Ladisa, sostenuto anche dalla politica locale, non ha prodotto la crescita sperata.
Fragilità organizzativa, inesperienza nel sistema calcio e scarso radicamento territoriale hanno inciso pesantemente. Nemmeno l’occasione del salto di categoria attraverso la Coppa Italia è stata colta. L’entusiasmo per i Giochi del Mediterraneo e per la ristrutturazione dello Stadio Erasmo Iacovone rischia di restare un fatto infrastrutturale, se non accompagnato da un progetto sportivo credibile. La sensazione diffusa è che il club debba rivedere profondamente strategia e priorità.
Andria e Barletta: identità in cerca di stabilità
La Fidelis Andria e l’ASD Barletta 1922 vivono una dimensione diversa ma non meno significativa. Realtà con una forte identità territoriale e un seguito appassionato, faticano a trovare continuità societaria e solidità finanziaria. In questi contesti, l’assenza di programmazione strutturata rende difficile costruire percorsi di crescita duraturi, alimentando cicliche ripartenze.
Lecce: il modello virtuoso
In netta controtendenza si colloca il Lecce. La guida del presidente Saverio Sticchi Damiani e la competenza dell’area tecnica affidata a Pantaleo Corvino hanno costruito un modello fondato su sostenibilità economica, scouting mirato e valorizzazione patrimoniale. Bilanci in attivo, scelte di mercato coerenti, investimenti strutturali e una chiara identità tecnica hanno consentito al Lecce di consolidarsi in Serie A stagione dopo stagione. Non si tratta di un miracolo, ma del risultato di una visione precisa: crescita graduale, gestione prudente delle risorse e forte radicamento territoriale.
Una riflessione complessiva
Il calcio pugliese oggi appare diviso tra instabilità e progettualità. Dove manca una governance solida e competente emergono tensioni, contestazioni e risultati altalenanti. Dove invece prevalgono programmazione, sostenibilità e conoscenza del sistema calcio, arrivano continuità e credibilità.
Le piazze pugliesi non mancano di passione, storia e potenziale economico. Ciò che spesso è mancato è una visione di medio-lungo periodo, capace di separare la gestione sportiva dalle dinamiche politiche e dalle improvvisazioni imprenditoriali.
La lezione che arriva da Lecce è chiara: anche in provincia si può competere ad alti livelli, purché si scelga la strada della competenza, dell’equilibrio finanziario e della costruzione paziente. Per Bari, Foggia, Taranto, Andria e Barletta la sfida non è soltanto risalire una classifica, ma ricostruire credibilità e fiducia. Senza quelle, nessun progetto può davvero durare.


