Il fallimento di Ladisa chiama in causa anche la politica cittadina. Il sindaco e chi ha sostenuto questo progetto hanno il dovere di interrogarsi su quanto accaduto: affidare la rinascita del calcio tarantino a una gestione così centralizzata, priva di adeguati controlli e senza un reale radicamento sul territorio, è stata una scelta quantomeno discutibile. Più di un passaggio è stato trascurato
Una stagione smarrita: responsabilità, errori e una città che merita di più. La sconfitta contro la Polimnia rappresenta uno dei punti più bassi della stagione del Taranto. Non tanto, o non solo, per il risultato in sé, maturato contro una squadra giovanissima e collocata nelle zone basse della classifica, quart’ultima con appena 22 punti complessivi, quanto per ciò che questa battuta d’arresto certifica: un progetto sportivo che, ad oggi, appare clamorosamente fallito.
I numeri parlano chiaro e non hanno bisogno di interpretazioni forzate. Il Taranto accusa un distacco di 12 punti dalla capolista, 10 dal Brindisi secondo, un divario ormai siderale dalle squadre che occupano il vertice. Ancora più preoccupante, però, è lo scenario alle spalle: la quinta posizione è distante appena un punto. Da obiettivo di vertice a squadra costretta a guardarsi indietro, il passo è stato breve e doloroso.
Dal punto di vista tecnico, il campionato dei rossoblù è stato un susseguirsi di scelte contraddittorie. Una rosa rivoluzionata più volte, un continuo andirivieni di calciatori che non ha mai consentito la costruzione di un’identità precisa. Troppi innesti, spesso di profilo medio e comunque poco funzionali alla categoria e incapaci di incidere. Ne è venuta fuori una squadra lenta, macchinosa, imprecisa nello sviluppo del gioco, priva di quell’intensità e di quella “fame” che una piazza come Taranto pretende e impone.
Il Taranto non può essere una collezione di nomi, un album di “figurine” buono per evocare passati professionali che, evidentemente, non bastano più. Qui serve personalità, capacità di reggere la pressione, senso di appartenenza. Chi non è pronto a questo, semplicemente, non può indossare questa maglia.
L’epilogo dell’ultima gara, con l’esonero dell’allenatore comunicato a caldo, addirittura in diretta televisiva, è l’immagine plastica di una gestione emotiva e poco ponderata. Decisioni di questo tipo, anche quando inevitabili, richiedono tempi e modalità diverse. Così diventano solo l’ennesima nota stonata in una stagione già compromessa.
Se il campo delude, fuori dal campo la situazione appare ancora più confusa. Le dimissioni annunciate da Vito Ladisa subito dopo la sconfitta, accompagnate da comunicazioni pubbliche dai toni fortemente emotivi, lasciano perplessi. Il calcio, soprattutto in una piazza storica come Taranto, non può essere gestito sull’onda dell’umore o dell’amarezza del momento. Un progetto sportivo richiede continuità, struttura, capacità di assorbire anche i fallimenti parziali.
Lo stesso Ladisa ha ammesso di aver sbagliato. Ed è probabilmente l’affermazione più lucida pronunciata finora. Gli errori sono stati evidenti: nella scelta delle risorse umane, nell’organizzazione societaria, nella costruzione di una struttura che di fatto non vive e non opera stabilmente a Taranto. Un consiglio di amministrazione inesistente, organismi di supporto privi di reale peso decisionale, una comunicazione spesso approssimativa e poco trasparente.
Emblematico, in questo senso, il caso del tesseramento di Guastamacchia, comunicato come operazione di prospettiva salvo poi rivelarsi un trasferimento temporaneo. Con scadenza al 30 giugno 2026. Nel calcio la chiarezza è un dovere, non un optional. Ambiguità e imprecisioni non fanno che alimentare sfiducia e disorientamento.
È evidente che Vito Ladisa si sia affidato a consiglieri inadeguati, incapaci di comprendere la complessità di una macchina come quella calcistica. Gestire una società di calcio non è solo una questione economica, ma di competenze, ruoli, professionalità consolidate.
In questo contesto non può chiamarsi fuori nemmeno la politica cittadina. Il sindaco e chi ha sostenuto questo progetto hanno il dovere di interrogarsi su quanto accaduto: affidare la rinascita del calcio tarantino a una gestione così centralizzata, priva di adeguati controlli e senza un reale radicamento sul territorio, è stata una scelta quantomeno discutibile. Più di un passaggio è stato trascurato.
Il comunicato di disimpegno di Ladisa trasmette amarezza e delusione, ma anche una resa che sorprende. Chi decide di investire nel calcio sa che il rischio fa parte del gioco. Tirarsi indietro al primo vero naufragio significherebbe lasciare la nave nel momento peggiore, e questo la città difficilmente lo comprenderebbe.
Taranto merita rispetto, serietà, programmazione. Merita uomini capaci di assumersi responsabilità fino in fondo, soprattutto quando le cose vanno male. Se davvero si vuole ripartire, il primo passo è fare pulizia: allontanare chi non ha retto, non regge, il peso della maglia, chi non ha dimostrato di avere le qualità, tecniche e caratteriali, necessarie per questa piazza. Ma questo, a dire il vero, doveva essere chiaro a tutti già al momento della firma sui contratti. Guardandosi negli occhi.
Il Taranto non può permettersi altre stagioni come questa. Non per la classifica, ma per la dignità sportiva di una città che continua a chiedere, semplicemente, di essere presa sul serio.


