Triestina, Trapani e Ternana rappresentano gli esempi peggiori di una patologia diffusa. Perché è vero che con il proprio denaro ognuno è libero di fare ciò che vuole. Ma arriva sempre il giorno del risveglio. E quando il tavolo si rovescia, il conto lo paga l’intero sistema
C’era una scadenza, quella del 16 dicembre, che avrebbe dovuto rassicurare il sistema. E invece ha riaperto tutte le ferite. Le preoccupazioni, per un motivo o per l’altro, sono tornate a galla come relitti mai davvero affondati. Triestina, Trapani e Ternana sono solo le ultime punte dell’iceberg di una categoria che continua a fingere normalità mentre imbarca acqua da ogni lato.
I deferimenti e le penalizzazioni, almeno nell’immediato, sembrano essersi attenuati. Ma sarebbe un errore clamoroso scambiarlo per un segnale di guarigione. I problemi sono lì, intatti, strutturali. E soprattutto prevedibili.
Triestina: il conto presentato alla realtà
Sedici milioni di euro di costi di gestione in una sola stagione sportiva. Una cifra che fa tremare i polsi anche in categorie ben più ricche della Serie C. Ed allora la domanda è inevitabile: dove erano coloro che tenevano le redini della società? Che competenze avevano, in materia di gestione, di controllo dei costi, di sostenibilità? A chi avevano affidato fiducia e capitali?
Perché quei 23 punti di penalizzazione non sono piovuti dal cielo come una calamità imprevedibile. Non sono funghi spuntati all’improvviso, all’ombra umida di querce secolari. Erano l’esito naturale di ripetute inadempienze amministrative, note, stratificate nel tempo. Far finta di non sapere equivale, oggi, a voler prendersi gioco dell’intelligenza collettiva.
Trapani: quando la decenza va fuori gioco
A Trapani si è andati ben oltre il confine del disagio sportivo. Qui la decenza è stata letteralmente espulsa dal campo. Le contestazioni, durissime, hanno sfiorato lo scontro fisico. Offese gravi e inaccettabili hanno coinvolto persino i familiari di Valerio Antonini.
Eppure Antonini, tra calcio e basket, ha investito come pochi, risollevando lo sport cittadino che sembrava relegato nell’oblio. Ma nel calcio, si sa, gli equilibri sono fragili e saltano in fretta. L’ambiente, non solo sportivo, ha rotto con l’imprenditore romano. Le ragioni sono molteplici: dalla controversa vicenda Capuano, alle penalizzazioni, dalla gestione comunicativa, spesso sopra le righe, alla diatriba permanente con il sindaco, fino alle ombre, presunte o reali, su alcune operazioni finanziarie.
La sensazione diffusa, anche a livello di sistema, è che Antonini abbia spesso dato l’impressione di voler scrivere da solo le regole, sia nel calcio che nel basket. Ma quando si sfidano, frontalmente, gli organi federali, il finale è quasi sempre lo stesso: sanzioni, penalizzazioni, isolamento. Lo sport trapanese oggi appare alla deriva.
La frattura sembra ormai insanabile. Lo scenario più realistico è quello di una messa in “liquidazione” di calcio e basket, nel tentativo di recuperare almeno parte delle risorse investite. Poi l’uscita di scena, magari all’estero, lasciando dietro di sé macerie e interrogativi. Del resto, usando anche solo un minimo di logica: ma chi glielo fa fare di continuare una guerra così, costosa e sterile?
Ternana: il vaso di Pandora
A Terni i nuovi proprietari hanno sollevato il coperchio di un vaso di Pandora che potrebbe riservare sorprese inquietanti. Se le contestazioni dovessero trovare riscontri, il quadro sarebbe a dir poco allarmante. Solo il senso di responsabilità della famiglia Rizzo ha evitato l’ennesima macchia nella storia rossoverde: stipendi onorati, impegni rispettati, nonostante costi fuori scala per la categoria.
Ma tutto resta sub iudice. Dalla giusta causa della Pucci alle contestazioni economiche al sempre ingombrante Ferrero. Cifre che non tornano, sperperi negli apparati amministrativi, una gestione che solleva più di un dubbio. E intanto la Ternana continua a sembrare ostaggio del passato, con l’ombra lunga di Bandecchi, oggi primo cittadino, che non smette di incombere.
Surreale, al proposito, il comunicato della Civica Amministrazione che invita i Rizzo a favorire il passaggio di quote. Sullo sfondo, una vicenda tutt’altro che marginale: il nodo clinica-stadio. Una matassa intricata, difficile da sciogliere, che paralizza il presente e rende nebuloso il futuro.
La sostenibilità smarrita e la resa dei conti
Triestina, Trapani e Ternana rappresentano gli esempi peggiori di una patologia diffusa. Perché è vero che con il proprio denaro ognuno è libero di fare ciò che vuole. Ma arriva sempre il giorno del risveglio. E quando il tavolo si rovescia, il conto lo paga l’intero sistema.
È successo ovunque, l’ultimo boato si è sentito a Rimini. E forse, finalmente, qualcuno sta iniziando a comprendere che l’unica vera panacea si chiama riforma. Una riforma radicale, non cosmetica, da portare in Consiglio Federale senza ulteriori rinvii.
La Lega Pro, così com’è, è destinata a scomparire. Il professionismo ridotto a 60 squadre. Sotto, tutto affidato alla Lega Nazionale Dilettanti. Una scelta dura, ma coerente con la realtà. Perché chi percepisce al netto 1.500 euro al mese non può essere definito professionista. Né si può continuare a raccontare la favola di una pensione futura che, nella migliore delle ipotesi, sarà simbolica.
Anche l’Associazione Calciatori sembra averlo compreso. Umberto Calcagno, di fronte all’evidenza dei numeri e dei fallimenti, pare disposto a collaborare per il bene del sistema. Una alla volta, tutte le componenti dovranno poi adeguarsi.
Alla fine, con il cerino acceso tra le dita, potrebbe restare solo Matteo Marani. Per lui, a quella altezza, le opzioni non mancheranno: tornare al giornalismo oppure tentare l’azzardo supremo, candidandosi alla presidenza della Federcalcio. In ogni caso, il tempo delle finzioni è terminato. La Lega Pro deve decidere dove andare. O qualcun altro lo farà al posto suo.


