La favola calcistica di Pantaleo Corvino. Tifoso del Genoa, innamorato del mare, custode dei successi calcistici – e finanziari – del Lecce. E quell’amore senza tempo per le cozze di Taranto, le più buone del pianeta
Sono arrivato da Pantaleo Corvino con una scusa semplice, quasi domestica: esaudire un desiderio. Le cozze del Mar Piccolo, nere e lucide come ossidiana, uniche nel loro sapore irripetibile, figlie di quell’acqua chiusa e gelosa che Taranto custodisce come un segreto. Ma le favole, si sa, hanno sempre un pretesto. E il mio vero viaggio non era gastronomico: era nella memoria.
Nel suo spazio, ritagliato con cura dentro la sede del Lecce, Pantaleo, per tutti Leo, ti accoglie senza cerimonie. È il regno di chi osserva più che parlare, di chi ha costruito carriere con uno sguardo e distrutto illusioni con una frase misurata. Un uomo che ha saputo essere protagonista in un calcio che cambia pelle di continuo, senza mai perdere la propria.
La sua favola comincia presto. A nove anni, quando il calcio gli entra dentro come un destino non annunciato. Il padre lo porta al vecchio stadio delle Vittorie: Bari – Fiorentina. I viola sono nel cuore del genitore, lo stupore negli occhi del bambino. È lì che Pantaleo capisce che quel rettangolo verde non è solo un gioco, ma un linguaggio. E che lui, un giorno, lo parlerà fluentemente.
Parte dal basso, come tutti quelli che non cercano scorciatoie. Vernole, i dilettanti, il fango sulle scarpe e l’odore acre degli spogliatoi. Poi Scorrano: un laboratorio vivo, una fucina di giovani, le prime vittorie, la sensazione, ancora confusa, di saper vedere qualcosa che altri non vedono. Intanto, però, c’è un’altra strada che bussa con forza: quella voluta dal padre. L’Aeronautica. Le selezioni durissime, superate. Sottufficiale. Una divisa, uno stipendio sicuro, un futuro solido.
Ma il calcio chiama. E quando lo fa davvero, non accetta compromessi. Il Casarano, il salto tra i professionisti, impongono una scelta definitiva. Le dimissioni dall’Arma sono un atto di coraggio e di rottura. Il padre non comprende. Il gelo cala, solo in apparenza. Perché in silenzio, di nascosto, quel padre segue il cammino del figlio, annota successi, misura la crescita. Fino alla resa più bella: “Se vince come vince, delle qualità le deve avere. Evidentemente questo è il suo futuro.”
Da lì in poi, la dote di Pantaleo diventa evidente: il talent scout. La capacità rarissima di intravedere, in pochi minuti, ciò che un ragazzo può diventare. Non ciò che è, ma ciò che sarà. Il primo Lecce della sua favola sforna talenti in quantità industriale. I grandi club bussano. Il nome Corvino comincia a circolare come una certezza.
Poi la vita chiede il conto. Pantaleo sospende tutto per stare accanto alla madre malata. L’accompagna fino alla fine. Dopo la scomparsa, il calcio perde colore. Serve distanza, serve silenzio. Un anno sabbatico. Ma il calcio, come il mal d’Africa, non se ne va mai davvero. Rimane sotto pelle, in attesa.
Il ritorno è naturale. E Leo rientra in un calcio mutato, accelerato, ipertecnologico. Algoritmi, intelligenza artificiale, database infiniti. Lui ascolta, studia, integra. Ma la sentenza finale resta quella umana: l’occhio. Il calciatore va visto dal vivo. Bastano dieci minuti. Una postura, un controllo orientato, una scelta sotto pressione. Scannerizzato.
Nel presente, per lo scouting, due collaboratori soltanto. Uno è speciale. Autistico, infaticabile, analitico fino all’estremo. Vive di calcio come di una grammatica perfetta. Pantaleo non lo racconta come un dettaglio, ma come un orgoglio umano. Tendere la mano, ricevere risultati. Anche questa è visione. Nulla viene trascurato: Est Europa, arbitri come fonti silenziose, una rete sterminata di contatti. Nel frattempo si vincono campionati giovanili, si forgiano calciatori, si costruiscono patrimoni.
Da ragazzo, Pantaleo sceglie di tifare Genoa. Ama il mare, sogna una città marinara. Sotto la Lanterna conosce gli ultras rossoblu, gli dedicano uno striscione che non riescono mai ad esporre: “Corvino uno di noi”. La Sampdoria lo cerca, ma lui rifiuta. Sarebbe stato un tradimento. Firenze e Bologna sono tappe importanti, transizioni nobili, sempre con lo stesso equilibrio: un occhio al campo, l’altro al bilancio.
Poi il richiamo del Salento. Perché alla propria terra, prima o poi, si risponde. A Lecce si può fare la Serie A, dice. Ma solo con avvedutezza. Autofinanziamento e patrimonializzazione come stelle polari. Leo ci riesce. Vince anche questa scommessa. I giallorossi si consolidano, i conti tornano, il mercato in uscita è sempre una risorsa.
Dalla sua scrivania, dal lunedì al sabato, Pantaleo distribuisce professionalità, esperienza, passione. Nulla è lasciato al caso. A 76 anni, la favola non è scritta del tutto. Non è tempo di appendere gli scarpini al chiodo. E la partita? A volte, la gioca dalla panchina, altre dalla tribuna. Adrenalina pura. Ma sa quando farsi da parte, lasciare spazio agli altri attori, concedere loro il palco.
E mentre assaggiamo le cozze del Mar Piccolo, capisco che questa non è solo la storia di un dirigente di successo. È la favola di un uomo che ha saputo vedere prima. E che, ancora oggi, continua a guardare lontano.


