Il sostegno politico iniziale ai Ladisa, con il sindaco Bitetti in prima linea, si è rivelato un azzardo. Forse mal consigliato, forse troppo fiducioso nella trasposizione automatica delle competenze imprenditoriali al calcio, il vertice politico cittadino ha legittimato una gestione che non ha prodotto risultati. Gli appelli successivi dell’assessore Cataldino appaiono oggi come tentativi tardivi di ricucitura con una piazza delusa. Ma il consenso non si costruisce con gli inviti alla pazienza: si fonda su risultati, credibilità e struttura
Il pareggio di Maglie certifica, più che complicare, la resa dei conti. Il Taranto esce dal turno infrasettimanale con una classifica che non lascia appelli: nove punti di distacco dal Brindisi (con una gara in più) e sette dal Bisceglie (con due gare in più). A questo punto, le residue speranze di promozione in Serie D, in questo campionato sono evaporate. Ma ridurre tutto ai numeri sarebbe un errore. Perché questa non è soltanto una stagione deludente: è il sintomo di una carenza aziendale strutturale.
Un problema di governance
La responsabilità, quando un progetto fallisce in modo così evidente, è sempre collettiva. Ma la guida resta decisiva. I fratelli Ladisa, imprenditori solidi e affermati nel loro settore, hanno dimostrato di non aver compreso fino in fondo la specificità dell’industria calcio. Non basta la capacità manageriale maturata altrove per governare un sistema complesso, relazionale e altamente identitario come quello sportivo.
Fin dall’insediamento, le avvisaglie erano chiare: assenza sul territorio, rapporti deboli con le istituzioni calcistiche, una struttura organizzativa incompleta. È mancata la costruzione di un gruppo di lavoro competente, con figure che conoscessero il campionato di Eccellenza, le sue dinamiche, il mercato coerente con la categoria, le relazioni federali e il tessuto locale.
La scelta delle risorse umane si è rivelata approssimativa: collaboratori senza adeguata conoscenza del sistema calcio, alcuni selezionati più per prossimità personale o sponsorizzazioni politiche che per curriculum specifico. Il risultato è stato un assetto societario fragile, incapace di prevenire errori clamorosi, come quello sul tesseramento di Jallow e di garantire un’organizzazione efficiente.
Politica e calcio: un equilibrio mancato
Il sostegno politico iniziale ai Ladisa, con il sindaco Bitetti in prima linea, si è rivelato un azzardo. Forse mal consigliato, forse troppo fiducioso nella trasposizione automatica delle competenze imprenditoriali al calcio, il vertice politico cittadino ha legittimato una gestione che non ha prodotto risultati.
Gli appelli successivi dell’assessore Cataldino appaiono oggi come tentativi tardivi di ricucitura con una piazza delusa. Ma il consenso non si costruisce con gli inviti alla pazienza: si fonda su risultati, credibilità e struttura.
La costruzione della rosa: più figurine che progetto
Sul piano tecnico, la squadra è stata costruita seguendo una logica estetica più che funzionale. Si è investito in nomi capaci di accendere l’entusiasmo iniziale, trascurando l’equilibrio tattico e la compatibilità con la categoria.
Nel calcio dilettantistico e l’Eccellenza lo è, pur con ambizioni professionistiche, servono calciatori funzionali, motivati, conoscitori dei campi e delle dinamiche locali. Non è mai casuale quando atleti integri e di valore tecnico scendono di categoria: spesso portano con sé criticità fisiche, motivazionali o caratteriali che richiedono competenze gestionali adeguate. Se queste mancano, il rischio diventa sistemico.
L’area sanitaria: una lacuna inaccettabile
Particolarmente grave è l’aspetto sanitario. Una società che ambisce alla promozione non può permettersi di scendere in campo senza un medico al seguito, né può improvvisare la gestione degli infortuni.
La mancanza di un ortopedico di riferimento, di un fisioterapista strutturato, di protocolli chiari e centralizzati ha prodotto una dispersione nella cura degli atleti, costretti a rivolgersi a strutture disparate. È un deficit organizzativo prima ancora che sanitario. E quando oggi si invocano gli infortuni come alibi, si dimentica che la prevenzione e la gestione clinica fanno parte integrante della programmazione aziendale.
Danucci e il campo nel tritacarne
Nel “tritacarne” dei risultati negativi sono finiti anche staff tecnico e squadra. Danucci oggi lamenta una rosa ridotta causa le indisponibilità, ma la fotografia attuale è la conseguenza di scelte pregresse. Non è in discussione l’impegno dei ragazzi; lo è la mediocrità delle prestazioni complessive, figlia di una struttura che non ha saputo creare condizioni ottimali. Quando la governance è fragile, il campo paga. Sempre.
Il nodo centrale: struttura e sostenibilità
Il punto dirimente resta uno: il ritorno imprenditoriale nel calcio è inseparabile dai risultati sportivi e dalla credibilità del progetto. Senza una società strutturata, competente, radicata sul territorio e rispettata nei palazzi federali, ogni investimento rischia di diventare spesa improduttiva.
La contestazione della piazza non nasce dall’impazienza, ma dalla percezione di un’assenza progettuale. Gli appelli alla compattezza risultano vuoti finché non si interviene sulla struttura: organigramma chiaro, competenze certificate, area medica organizzata, scouting coerente, rapporto costante con istituzioni e tifoseria.
Il giudizio, ad oggi, è una bocciatura generale sul piano aziendale. Non per la buona fede, ma per l’inadeguatezza.
Se i Ladisa vorranno davvero rilanciare il Taranto, dovranno fare ciò che finora è mancato: costruire una società di calcio prima ancora di una squadra. Solo allora si potrà parlare di progetto sostenibile e, soprattutto, vincente.


