Sul piano sportivo, la gestione Ladisa ha mostrato limiti evidenti. Non tanto per l’impegno economico, che anzi è stato superiore alla media del campionato, quanto per la qualità delle scelte. Scouting approssimativo, struttura societaria fragile, rapporti istituzionali inesistenti: un insieme di carenze che ha prodotto una squadra costosa ma non funzionale
Taranto, il calcio come dettaglio: cronaca di una gestione annunciata. L’approdo dei fratelli Ladisa alla guida del Taranto Calcio non è stato soltanto un’operazione sportiva. Fin dai primi mesi, infatti, è apparso chiaro come il progetto avesse un perimetro ben più ampio del rettangolo di gioco. Un progetto che ha trovato sponde politiche precise e riconoscibili.
Il riferimento è all’assessore ai Lavori Pubblici Lucio Lonoce, figura centrale nei rapporti tra la nuova proprietà e l’amministrazione comunale. Una presenza costante, visibile e mai smentita, nonostante il ruolo marginale dell’assessorato rispetto alle dinamiche sportive. Un’interlocuzione che, nel tempo, ha inciso anche su alcune scelte organizzative interne alla società.
Dalla gestione del magazzino al settore giovanile, alcune decisioni sono apparse quantomeno singolari per tempistiche e modalità. Il cambio improvviso dell’affidamento del vivaio, inizialmente destinato ai “Diavoli Rossi” e poi passato alla Cryos del presidente Giuseppe Lafratta, realtà certamente ben gestita, ha sollevato interrogativi legittimi, anche alla luce delle note vicinanze politiche tra i protagonisti della vicenda. Domande che non hanno mai ricevuto risposte pubbliche e dettagliate.
Il calcio giocato: soldi spesi, male
Sul piano sportivo, la gestione Ladisa ha mostrato limiti evidenti. Non tanto per l’impegno economico, che anzi è stato superiore alla media del campionato, quanto per la qualità delle scelte. Scouting approssimativo, struttura societaria fragile, rapporti istituzionali inesistenti: un insieme di carenze che ha prodotto una squadra costosa ma non funzionale.
Le critiche pubbliche, di Vito Ladisa, agli arbitri e agli organi federali, ripetute e spesso sopra le righe, hanno ulteriormente isolato il club, seguendo un copione già visto e sempre controproducente.
La bocciatura dell’organico estivo è arrivata presto e ha prodotto l’ennesima rivoluzione: via il direttore sportivo, via l’allenatore, dentro nuovi responsabili chiamati a rimediare in corsa. Risultato: una rosa stravolta, con numeri difficilmente giustificabili e un’identità tecnica, realmente competitiva, ancora tutta da trovare.
Loiodice e il consenso: quando l’immagine precede il rendimento
L’insoddisfazione della proprietà ai risultati ha portato a un periodo di “vacatio”. L’operazione Loiodice rappresenta plasticamente l’approccio dei Ladisa: investimento pesante, contratto biennale, presentazione in pompa magna. Ma il rendimento del campo, nel presente, non ha seguito l’eco mediatica. L’entusiasmo iniziale della tifoseria ha lasciato spazio a un crescente scetticismo, segnale di un distacco sempre più evidente tra narrazione e realtà.
Lo stadio prima della squadra
Il vero punto di svolta arriva con la tardiva presentazione pubblica della compagine societaria, nel corso di una conferenza stampa per molti versi lacunosa, durante la quale Vito Ladisa, pur non risultando formalmente presidente del club (ufficialmente gestito da un Amministratore unico), ha chiarito le priorità: gestione dello stadio Iacovone, strutture annesse, investimenti pubblico-privati e una futura holding dedicata. Non il Taranto Calcio, dunque, ma qualcosa di più grande, almeno nel pensiero. O forse di diverso.
A quella conferenza erano presenti gli assessori Lucio Lonoce e Giovanni Cataldino. Il sindaco Piero Bitetti ha preferito restare un passo indietro. Una scelta che, di per sé, racconta più di molte dichiarazioni ufficiali.
Un bilancio che non ammette slogan
A oggi, al netto degli appelli all’unità e delle promesse reiterate, la gestione Ladisa non ha prodotto risultati sportivi, non ha consolidato la struttura societaria e non ha rafforzato il rapporto con la tifoseria. La classifica parla chiaro, e le alternative alla promozione diretta (Coppa Italia di categoria e play off nazionali) restano ipotesi fragili.
Il Taranto Calcio appare sempre più come un elemento accessorio di un progetto che guarda altrove. E in una città che ha già pagato a caro prezzo l’uso strumentale dello sport, questa sensazione pesa come un macigno.


