L’accordo con il Budućnost c’era. Mezzo miliardo di lire, opzione firmata. Le risorse non mancavano: la cessione di Totò De Vitis all’Udinese aveva garantito liquidità e consentiva di pensare a un rinnovamento vero. Savicevic era pronto. E sì, in quel momento, era del Taranto
Quando Savicevic era già nostro (ma non lo sapeva nessuno). Ci sono storie che il tempo non cancella: le sfuma. E nel calcio italiano degli anni Ottanta, tra regolamenti in bilico, intuizioni isolate e decisioni mai davvero prese, alcune di quelle storie restano sospese come fotografie non sviluppate. Una di queste riguarda Dejan Savicevic. E Taranto.
Siamo nella stagione 1987/88. La Serie B vive un’epoca di transizione e circola con insistenza una convinzione: dalla stagione successiva sarebbe stato possibile tesserare uno straniero under 21 anche nella serie cadetta. Nulla era scritto, nulla era certo, ma il clima lasciava intendere un’apertura imminente. La sentenza Bosman era lontana anni luce; il mercato si muoveva ancora per relazioni dirette, viaggi, appunti presi a mano e occhi puntati sul campo.
Fu così che arrivò la segnalazione: Dejan Savicevic, numero dieci del Budućnost di Titograd. Talento purissimo, imprevedibile, già diverso. In quella stessa squadra giocava anche un altro ragazzo interessante, Predrag Mijatović. Forte, sì. Ma non tanto, quanto Dejan. Per capirlo davvero, come si usava fare a quel tempo, lo invitammo a Taranto. Un’amichevole, di lusso, allo Iacovone, febbraio 1988. Campo vero, avversari veri, niente scorciatoie. Il Budućnost vinse, è vero. Ma il risultato contò poco.
Perché quel quarto gol, firmato da Savicevic nei minuti finali, apparteneva a un’altra dimensione: una progressione irreale, palla al piede, avversari saltati come birilli, portiere compreso. Un’azione che rimandava a un precedente illustre, visto in televisione due anni prima: Maradona contro l’Inghilterra. In panchina, con Toni Pasinato, ci bastò uno sguardo. La domanda era una sola: “è davvero possibile?” La risposta, sul piano sportivo ed economico, era già arrivata.
L’accordo con il Budućnost c’era. Mezzo miliardo di lire, opzione firmata. Le risorse non mancavano: la cessione di Totò De Vitis all’Udinese aveva garantito liquidità e consentiva di pensare a un rinnovamento vero. Savicevic era pronto. E sì, in quel momento, era del Taranto.
Poi arrivò il Consiglio Federale. E decise di non decidere. L’apertura allo straniero under 21 in Serie B venne rinviata, congelata, di fatto annullata. L’opzione perse valore, il sogno si dissolse. Durò un attimo. Forse meno. Savicevic, lo sappiamo, prese un’altra strada: Stella Rossa, quindi Milan. Il resto è storia del calcio europeo.
Ma c’è un dettaglio che vale come sigillo. Il 31 marzo 1988, a Spalato, Italia-Jugoslavia. Savicevic incanta, manda a sedere Baresi e disegna l’assist del pareggio. La domenica successiva Gianni Mura, su la Repubblica, si pose una domanda diventata celebre: “Com’è possibile che nessuno, in Italia, abbia ancora puntato Savicevic?”
Qualcuno lo aveva fatto. Solo che il pur bravo Gianni non era stato informato. Una telefonata chiarì tutto. E la settimana dopo, su quella stessa rubrica mi arrivò un riconoscimento silenzioso, ma prezioso. Perché, come scriveva Seneca, ‘a volte un piccolo dono produce grandi effetti.’
Questa storia non chiede rivincite. Chiede memoria. E ricorda che, prima delle mode e dei database, il calcio si comprendeva guardandolo negli occhi.


