La cultura manageriale del presidente porta alla composizione ordinata di ogni tessera del mosaico societario: ruoli chiari, professionisti competenti in ogni area, processi definiti. In pochi anni il Lecce diventa il club più organizzato e rappresentativo della Puglia, un modello di riferimento che va oltre il risultato della domenica
Saverio Sticchi Damiani e il Lecce: la sostenibilità come atto di coraggio. Quando Saverio Sticchi Damiani entra nel mondo del calcio, lo fa in punta di piedi. Avvocato affermato, specializzato nella contrattualistica applicata agli appalti, con una passione mai nascosta per il pallone, viene chiamato circa dieci anni fa a seguire la cessione dell’U.S. Lecce in uno dei momenti più delicati della sua storia recente. L’idea iniziale è chiara: accompagnare il club fuori dall’emergenza, fare da traghettatore, garantire continuità in attesa di acquirenti solidi.
Basta poco per capire che gli interlocutori interessati all’acquisto del club sono più abili nelle promesse che nei fatti. Intanto la pressione del territorio cresce, chiede certezze, competenza, una visione credibile. È in quel momento che Sticchi Damiani decide di “salire sul carro”. Non per ambizione personale, ma per senso di responsabilità verso la città, quei colori, una tradizione sportiva che rischiava di smarrirsi. Quella che doveva essere una fase di transizione si trasforma rapidamente in un progetto di ricostruzione.
Dieci anni dopo, i numeri raccontano una storia controcorrente nel panorama del calcio italiano. L’ultimo bilancio del club registra un saldo attivo di circa 21 milioni di euro. Un’anomalia virtuosa in un sistema cronicamente indebitato. Il Lecce diventa una mosca bianca: risultati sportivi ottenuti senza forzature finanziarie, investimenti calibrati, plusvalenze significative e una gestione coerente con la reale dimensione aziendale del club.
Il solco tracciato da Sticchi Damiani è netto. Risultati memorabili sul campo, ma soprattutto una struttura amministrativa e commerciale difficilmente eguagliabile tra le realtà di provincia. La parola chiave è sostenibilità: costruita passo dopo passo, senza scorciatoie. Gli utili non vengono dispersi, ma reinvestiti patrimonializzando. Nasce così una cittadella dello sport moderna e funzionale, destinata a diventare la casa di tutte le formazioni giallorosse. Il primo campo, già operativo e utilizzato dalla prima squadra, è stato intitolato a Graziano Fiorita, fisioterapista prematuramente scomparso lo scorso anno, figura amatissima e memoria viva per tutto l’ambiente leccese.
Tra le intuizioni decisive del presidente, una spicca su tutte: il ritorno a casa di Pantaleo Corvino. Sticchi Damiani comprende che per costruire un modello servono competenze riconosciute e identità condivisa. Riaccende l’entusiasmo di Corvino, logorato da esperienze lontane dal Salento, e lo convince con un progetto chiaro. Tra i due nasce un rapporto fondato su stima, rispetto e confronto quotidiano. Un’intesa fatta anche di silenzi, di sguardi che bastano a capirsi. Corvino conosce i meccanismi della “produzione” calcistica e rispetta i parametri aziendali; Sticchi Damiani interpreta il linguaggio più adatto nel dialogo con la città. Una sinergia solida, capace di reggere anche l’impazienza della tifoseria.
La cultura manageriale del presidente porta alla composizione ordinata di ogni tessera del mosaico societario: ruoli chiari, professionisti competenti in ogni area, processi definiti. In pochi anni il Lecce diventa il club più organizzato e rappresentativo della Puglia, un modello di riferimento che va oltre il risultato della domenica.
L’impegno di Sticchi Damiani coinvolge anche la sua famiglia. La moglie, Marina D’Arpe, è al suo fianco con “Lecce Love”, la costola sociale del club: un progetto che unisce solidarietà, impegno civile e territorio, coinvolgendo direttamente i calciatori in iniziative benefiche, dalla promozione sociale alla donazione di macchinari sanitari. Un modo concreto di restituire valore alla comunità.
Sul piano sportivo, il presidente custodisce con orgoglio un traguardo mai raggiunto prima nella storia giallorossa: quattro stagioni in Serie A. L’ultima salvezza, conquistata all’ultimo respiro con la vittoria all’Olimpico contro la Lazio nel maggio scorso, resta un’immagine indelebile. Nel racconto di Sticchi Damiani l’emozione è ancora viva: gli occhi che brillano, la corsa sotto la curva per abbracciare i quattromila leccesi presenti, il pensiero rivolto a Graziano Fiorita, a cui l’intero ambiente dedicò quella salvezza.
E il futuro? Le voci di un possibile passaggio di mano, per ora, restano tali. Il legame affettivo con il Lecce appare intatto. Sticchi Damiani non salta una partita, cura il rapporto con la squadra, segue personalmente i progetti ancora in corso: dagli adeguamenti dello stadio Via del Mare al completamento della cittadella di Martignano. Il calcio, del resto, è come il mal d’Africa: una volta contratto, non passa più. E il piacere di vivere questa tempesta emotiva, questa continua scarica di adrenalina, sembra tutt’altro che esaurito.
Per ora, nulla sembra in grado di convincerlo a farsi da parte. Anche perché la storia costruita in questi anni dimostra che, con tempi giusti, metodo e visione, persino un club di provincia può affermarsi stabilmente nella massima serie. Senza clamore, senza eccessi. Con la forza silenziosa delle cose fatte bene.


