Oggi si tenta di spostare l’orizzonte sul futuro, aggrappandosi all’ipotesi fantasiosa di un ripescaggio, ai Giochi del Mediterraneo, allo stadio ristrutturato, al concetto, sacrosanto, che Taranto merita rispetto. Tutto vero. Ma il rispetto non si invoca: si pratica, attraverso una gestione credibile, competente e trasparente
Coppa Italia Eccellenza Puglia: Bisceglie promosso, Taranto al capolinea. Il Bisceglie conquista meritatamente la Coppa Italia di Eccellenza Puglia, aggiudicandosi la gara di ritorno con una vittoria di misura che vale il trofeo e l’accesso alla fase nazionale della competizione. Un successo che certifica la solidità di un progetto sportivo coerente e continuo, confermato anche dal primato in campionato, costruito con costanza e continuità di rendimento.
La finale di ritorno ha offerto pochi spunti sul piano spettacolare. Primo tempo equilibrato, senza reali supremazie; nella ripresa, però, i nerazzurri stellati hanno preso progressivamente il controllo della gara. Una triangolazione ben eseguita, in area avversaria, ha prodotto la rete decisiva, poi gestita senza particolari affanni fino al triplice fischio.
Il Taranto, al contrario, non è mai riuscito a impegnare concretamente il portiere avversario. Un dato che fotografa, con efficacia, i limiti offensivi di una squadra apparsa priva di idee, di ritmo e, soprattutto, di soluzioni.
Con questa eliminazione, agli ionici viene meno anche la possibilità di accedere alla Serie D attraverso la “porta di servizio” della Coppa Italia. In campionato, la distanza dalle prime della classe è ormai tale da rendere irrealistico, nel presente, qualunque discorso di vertice. Anche l’ipotesi play off si raffredda sensibilmente, considerato che il distacco dalla seconda posizione, attualmente occupata dal Brindisi, rischia di superare i limiti previsti dal regolamento. Non aiuta, in questo senso, il calendario, che propone, proprio alla penultima giornata, lo scontro diretto al “Fanuzzi”.
Il quadro complessivo restituisce l’immagine di una stagione sportivamente fallimentare. Non per mancanza di investimenti, va detto, ma per l’assenza di un progetto strutturato e di competenze specifiche di settore. Il calcio, anche in Eccellenza, non è un esercizio improvvisato: richiede visione, organizzazione e conoscenza del contesto.
Le scelte operate dall’attuale proprietà, sin dall’insediamento, hanno evidenziato limiti evidenti: instabilità dirigenziale, continui cambi di guida tecnica, ruoli societari poco chiari o rimasti sulla carta. In un solo girone si sono consumate decisioni contraddittorie: un direttore sportivo avvicendato, un allenatore esonerato e poi richiamato, un responsabile dell’area tecnica rapidamente depotenziato e costretto alla resa. Segnali di una gestione che ha proceduto più per tentativi che per programmazione.
Anche la costruzione della rosa racconta una storia simile. L’organico iniziale è stato profondamente rivisto in corsa, ammissione implicita di errori di valutazione. Alcuni innesti si sono rivelati utili, altri inadatti alla categoria o al contesto tattico. Troppi gli infortuni, numerosi i calciatori arrivati fuori condizione. Elementi che, sommati, hanno reso impossibile qualunque rincorsa credibile.
A tutto questo si aggiungono criticità strutturali che nulla hanno a che vedere con il campo, ma che incidono pesantemente sulla quotidianità di un club: una struttura societaria incompleta, ruoli chiave poco visibili o disfunzionali, l’assenza di una sede sociale in città, rapporti deboli con il territorio. Aspetti che, in una piazza come Taranto, fanno la differenza.
Oggi si tenta di spostare l’orizzonte sul futuro, aggrappandosi all’ipotesi fantasiosa di un ripescaggio, ai Giochi del Mediterraneo, allo stadio ristrutturato, al concetto, sacrosanto, che Taranto merita rispetto. Tutto vero. Ma il rispetto non si invoca: si pratica, attraverso una gestione credibile, competente e trasparente.
La speranza, quindi, è davvero l’ultima a morire. Ma non può diventare un alibi. Perché forse la domanda da porsi, con onestà intellettuale, è un’altra: non è che proprio una gestione fragile e contraddittoria abbia finito, suo malgrado, per mancare di rispetto a una città che chiede solo serietà e visione?


