Lmo e il Comitato Liberi e Pensanti chiedono garanzie per la sicurezza dei lavoratori e un piano di decarbonizzazione concreto
“Questo 26 luglio, l’Usb chiama la sua festa in cui si celebrava il decennio e le 6.000 anime tesserate. Il caso ha voluto che quest’anno la festa coincidesse proprio con la data del sequestro giudiziario dell’ex Ilva, 26 Luglio 2012 appunto, e Rizzo ci ha tenuto a ricordarlo”. Lo dichiarano in una nota congiunta i Lavoratori metalmeccanici Organizzati e il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti.
Cos’è allora che “non dimentica” l’Usb di quello che c’era scritto in quell’ordinanza? Rizzo ricorda quante persone sono morte dentro e fuori dalla fabbrica da quel 26 Luglio ad oggi.
Andando per ordine, Rizzo ha lodato l’accordo con il ministro e i commissari, proponendo il reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione per lavori di pubblica utilità. Il Ministro Urso ha promesso una produzione di acciaio green per 8 mln di tonnellate annue, utilizzando per i forni elettrici il preridotto che arriverà da paesi asiatici dove l’energia costa zero.
D’altra parte c’è il Presidente di Regione, più volte è stato escluso dai tavoli decisionali, che ha espresso fiducia nelle istituzioni nazionali.
“A noi tutto questa soddisfazione suona tanto forzata quanto di durata pari agli altri entusiasmi a cui Usb non è nuova”, si legge nella nota. “Emergono quindi molti dubbi sulla concretezza di queste promesse: “A Rizzo chiediamo, ‘ha certezza di quali sono termini per il processo di decarbonizzazione, viste le ripartenze previste per altri due altoforni a carbone? Può dirsi certo del rientro dei lavoratori in fabbrica visto che non è stato fatto ancora un bando di vendita? Ha visionato il piano industriale? E quello ambientale? Quanti forni elettrici infine?’”.
Ma soprattutto ci si chiede se oltre alla cassa integrazione per altri due anni, ora ci siano garanzie concrete per la sicurezza sul lavoro degli operai che continueranno ad entrare in quella fabbrica che presenta ancora molti rischi. “La risposta è NO”, dichiara il Comitato.
Le promesse di produzione sembrano irrealistiche considerando la tecnologia disponibile. E non si tiene conto della sentenza della Corte di Giustizia Europea sull’inquinamento dell’impianto.
“Ribadiamo quelli che per noi e per chiunque abbia ancora una coscienza collettiva sono i punti fondamentali e imprescindibili per il futuro del nostro territorio, di tutti i lavoratori e le lavoratrici e dell’intera comunità interessata da questo disastro”, dichiarano.
Si chiede quindi di avviare una discussione con scioperi per far uscire i lavoratori da un ambiente non compatibile con la vita umana. Cessare la produzione e riqualificare i lavoratori per lo smantellamento e le bonifiche, ma soprattutto redigere una legge specifica per Taranto riguardante l’esposizione all’amianto e il lavoro usurante.
“Non ultimo, si ottemperi al risarcimento danni come da sentenze delle corti europee, del 5 maggio 2022 e del 25 giugno 2024”, conclude la nota.


