di Erasmo Venosi
Il sottosegretario dovrà guidare il nuovo dipartimento per il Sud. Una sorta di super ministero. Con competenza sui fondi Pnrr e sul destino dell’Ilva. Scintille nel governo
Un emendamento presentato a settembre al decreto sulla Terra dei Fuochi , istituisce un nuovo Dipartimento per il Sud. Lo dirigerà l’ex segretario della Cisl Luigi Sbarra e non si sbaglia se, come pensano in molti sarà un piccolo ministero costituito da sette uffici, 60 dipendenti e otto alti dirigenti da nominare. Gli uffici del Presidente Mattarella hanno già contestato la procedura e fatto incazzare Fitto , che ha la delega al Sud. Sbarra vuole diventare ministro del lavoro in un eventuale futuro governo Meloni. L’obiettivo del Dipartimento lo indica, in una nota proprio Sbarra: “attuare le funzioni di indirizzo, coordinamento e promozione della strategia del Governo Meloni a favore delle aree del Mezzogiorno”.
Obiettivo che sul piano organizzativo comporta la riorganizzazione e confluenza nel neo Dipartimento, la Struttura di Missione ZES, gli uffici del Dipartimento Coesione, la Cabina di regia di Promozione e Monitoraggio delle Attività dei ministeri sul Sud. Sbarra aggiunge che la nuova struttura è finalizzata , a integrare le politiche per il Mezzogiorno per: “un miglioramento e rafforzamento dello sviluppo dell’area”. Il Dipartimento può conferire vari e importanti incarichi , capo dipartimento, dirigenti generali , dirigenti degli uffici superando i limiti massimi , in termini di percentuali fissati dalla legislazione vigente per il personale dirigenziale. Colpisce , tra le competenze attribuite specifiche funzioni operative al tavolo per l’area di Taranto , a quella di Bagnoli Caroglio e nientedimeno svolgere il ruolo di stazione appaltante con esercizio dei poteri esecutivi per i progetti del PNRR che riguardano le infrastrutture della ZES.
La competenza su ex Ilva rappresenta la bocciatura delle perdenti strategie , elaborate dal ministro Adolfo Urso che sognava Taranto come hub dell’acciaio green pagato da ipotetici cavalieri bianchi di oltre cortina. Sulla ex Ilva sono i numeri , a decretarne la irreversibile fine. L’Europa immediatamente prima della crisi innescata dai subprime USA produceva 210 milioni di tonnellate e , da allora la produzione è sempre diminuita, oggi siamo a circa 130 milioni di tonnellate, a fronte della Cina che produce 1100 milioni di tonnellate cioè quasi otto volte e mezzo la produzione europea. E ancora, dazi come strumento di guerre commerciali , costo crescente dell’energia dipendente non solo dalla sostituzione del gas da metanodotto con GNL ma anche dalla domanda elevatissima dovuta alla crescita di AI e l’espansione dei data center. Oggi un data center , dedicato all’AI può superare i 100 MW, pari al consumo di oltre 100 mila abitazioni. Infine l’incidenza degli ETS (Emission Trade Scheme) e CBAM ( Carbon Border Adjustment Mechanism). Ulteriori problemi riguardano i 10/ 12 miliardi di euro , per la produzione dell’acciaio decarbonizzato. La diserzione delle gare ne è un inoppugnabile riscontro.
Sarebbe un ottimo risultato se il nuovo sottosegretario Sbarra , ripensasse la strategia per Taranto elaborando o attuando , progetti di riconversione industriale. Difficilmente si potrà credere a una nazionalizzazione, considerato i vincoli rigidi del Piano Strutturale di bilancio concordato con la Commissione UE, il graduale adeguamento delle spese militari al 5% del PIL , la restituzione dal 2027 dei soldi del PNRR , componente prestito e infine i dazi di Trump.
D’altro canto una stima dei costi per ex Ilva , quantifica una perdita mensile di 65 milioni di euro e uno stato passivo , che a fine febbraio scorso era pari a 5,4 miliardi di euro. Fabbrica incompatibile economicamente e ambientalmente con la città e quando se ne prenderà atto sarà sempre molto tardi.


