di Maria D’Urso
500 operatori tarantini impegnati nei call center a rischio perchè Enel vorrebbe sostituirli con l’IA. Esplode la rabbia dei lavoratori, Maria, Ada e Marcella protestano: “Vogliono buttare anni dei nostri sacrifici e di lavoro”
Il destino di Maria, Ada e Marcella è appeso a un filo. Loro, come i restanti 500 lavoratori dei call center tarantini, non comprendono le ragioni per cui Enel voglia sostituirli con l’intelligenza artificiale. Il colosso multinazionale italiano, leader nel settore energetico, vorrebbe cambiare l’appalto che, per il secondo anno di gara, prevederebbe l’uso dell’intelligenza artificiale e la possibilità di licenziare gli operatori, qualora non accettassero la delocalizzazione in qualche altra città italiana: “È straziante – racconta ai microfoni di CosmoPolis Maria, operatrice tarantina di 45 anni – vivere continuamente sotto pressione, nell’ansia di poter perdere, da un momento all’altro, il proprio posto di lavoro. Sono anni che opero in questo settore e, puntualmente, sono vittima dei passaggi di società, in cui ci trattano come pedine. Ogni volta che veniamo spostati da un’azienda all’altra, insorgono problemi sempre più grandi”. Si tratterebbe, dunque, di direttive che cambierebbero radicalmente il futuro di migliaia di operatori delle varie commesse dei call center su tutto il territorio nazionale. In particolare, a Taranto, la spada di Damocle pende su 500 lavoratori delle aziende appaltatrici Covisian, Network Contact e System House e a denunciarlo sono i sindacati territoriali Slc Cgil, Fistel Cisl e UGL Telecomunicazioni.
Monta la rabbia tra i lavoratori: le testimonianze di alcune operatrici
Ada, madre e moglie di un libero professionista, racconta quale sia il rischio concreto qualora la clausola sociale, che preserva il posto di lavoro agli operatori delle aziende che perdono la commessa, non venisse rispettata: “Molti di noi potrebbero essere mandati fuori regione, in città come Matera o altrove. Peraltro, non riesco a immaginare quanto possa essere difficile lavorare, ogni giorno, a 300 km di distanza: io sono madre di due bambine e pensarmi lontana, non reperibile per qualsiasi imprevisto, mi uccide”. Ancora, Ada non si capacita del motivo per cui si possa preferire l’automatismo dell’intelligenza artificiale all’empatia umana. Su questo aspetto, con un filo di voce, interviene anche Marcella: “Sono mortificata. È umiliante – spiega – essere licenziati perché si preferisce una macchina. Questo è un mestiere che si basa, principalmente, sull’empatia: come può farlo l’AI? In tutti questi anni mi sono rapportata con qualsiasi tipo di utente e, nonostante la mia esperienza, non è sempre facile”. L’operatrice, che lavora in questo settore da vent’anni, racconta quanta paura abbia all’idea di poter essere licenziata in tronco: “Al giorno d’oggi, puoi concederti una vita normale con due stipendi, figuriamoci con uno. Io e mio marito siamo due part-time, con due figli a carico e spostarci oltre 200 km, ogni giorno, significherebbe affrontare ulteriori spese. Costi che non possiamo permetterci. Mi sento sbeffeggiata: è come se volessero cancellare una parte della mia vita, a cui ho dedicato tempo e sacrifici che nessuno mi restituirà”.
Infine, c’è Maria. Madre monoreddito e separata, con due bambine di 6 e 9 anni a cui deve provvedere da sola. E, come se non bastasse, i problemi oncologici di suo padre non le danno tregua: “Queste incognite sul futuro – racconta l’operatrice – non fanno altro che incidere, materialmente, sul luogo di lavoro: chi coordina deve adattarsi alle politiche nazionali aziendali, facendo in modo che vengano rispettate a qualunque costo. E spesso si tratta anche di pressioni continue o minacce velate. Nella situazione in cui mi trovo ora, molto particolare per me e i miei familiari, anche una semplice richiesta di malattia è un’apocalisse e per cui sono costretta a rivolgermi ai sindacati. Un diritto, mio malgrado, a cui molto spesso sono costretta a rinunciare”. Ancora visibilmente scossa, con un filo di voce, Maria racconta come qualche settimana fa ha dovuto recarsi sul posto di lavoro, ancora visibilmente privata perché reduce di alcuni interventi medici: “Era imbarazzante lavorare con gli occhi addosso, sentirsi chiedere cosa avessi. Tuttavia, per chi lavora ai vertici tutto questo è normale, come l’essere sostituiti dai robot. Essere scartati – conclude Maria – perchè qualcosa che di fatto non esiste, possa produrre più di te. E’ un paradosso incredibile”.


