di Maria D’Urso
La gestione amministrativa a Palazzo di Città risente, tra le altre cose, delle ambivalenze politiche del partito di maggioranza relativa. Ieri con Melucci, oggi con Bitetti: il tanto agognato salto di qualità resta un miraggio. Non si riesce a conseguirlo. Taranto vittima di una modestia dilagante
Una perdita di peso è in atto. Non è dovuta agli eccessi delle festività natalizie, bensì alla progressiva erosione del peso politico che il primo partito della maggioranza, sta lentamente subendo. Che il Partito Democratico ionico sia frammentato è un dato oggettivo e palpabile. In giunta sembrerebbe prevalere una logica ad personam, più che partitica. La giunta Bitetti, sotto questo profilo, parla chiaro: Lucio Lonoce, titolare di una delega strategica come i Lavori Pubblici, risponde politicamente al rieletto consigliere regionale Mino Borraccino, che si è ulteriormente rafforzato con la rielezione in Consiglio regionale.
Il vicesindaco Mattia Giorno, invece, appare come una figura autonoma, mentre Federica Stamerra fa riferimento a Enzo Di Gregorio, il quale è stato coinvolto in diverse frizioni proprio con il numero due. Tra i consiglieri dem che, negli ultimi mesi, hanno manifestato malumori figura anche Luca Contrario, che si è astenuto nel voto su alcuni provvedimenti o ha avuto confronti accesi — poi chiariti — con il primo cittadino su questioni particolarmente delicate, come quella dell’ex Ilva. Ma non è solo il partito progressista a contare su figure che si muovono in autonomia, rispetto alla linea politica. Si pensi ai Verdi che, con Fulvia Gravame all’assessorato all’Ambiente e Antonio Lenti in maggioranza, hanno causato più di qualche fibrillazione su temi che, in un modo o nell’altro, hanno condizionato molte scelte del sindaco Bitetti e che, in fase di approvazione, hanno poi assunto un valore diverso rispetto all’ideologia entro cui il partito si colloca. Ancora, si pensi ai partiti minori, come il Liberaldemocratico, che ha nominato la presidente di Kyma Servizi, e ai gruppi civici che esprimono propri assessori: Unire che detiene un posto in giunta con l’assessore Sabrina Lincesso, Per Bitetti che ha espresso l’assessore Francesco Cosa e la Dc con Maria Lucia Simeone.
Dunque, cos’è cambiato dalla scorsa amministrazione? La politica locale continua a mostrarsi come un luogo in cui prevalgono logiche personali, a discapito delle ideologie. E questo è un elemento da non trascurare, dal momento che, quando manca la politica, di conseguenza manca anche la visione. Vengono meno prospettive e strategie e il lavoro amministrativo e tecnico finisce per essere demandato quasi esclusivamente ai dirigenti. Ed è quanto emerso, più volte, nei mesi scorsi: dai dietrofront su alcuni provvedimenti (ndr: quello della Movida responsabile), ai mea culpa sui social per errori di gestione di determinate situazioni — dalle manifestazioni sportive a quelle più mondane — fino alla mancata inclusione, in passato, di alcune categorie in tavoli decisionali che la politica non dovrebbe mai dimenticare di coinvolgere.
Si compiono alcune scelte, per altre si fanno passi indietro. Si istituiscono tavoli, apparentemente senza profitto, e si delegano incarichi. Ma, per carità, è lecito sbagliare, soprattutto quando tutto è ancora in fieri. Errori di questo tipo, tuttavia, tendono a verificarsi quando la politica interviene poco o nulla, quando non alza la spina dorsale, non esercita un reale peso decisionale e preferisce delegare.
Il Partito Democratico, dunque, appare in una fase di stallo. Che si tratti di una scelta volontaria o involontaria, determinata da singoli che preferiscono rafforzare la propria posizione personale piuttosto che giocare di squadra, resta un interrogativo aperto. Ciò che, invece, sembra non essere cambiato, fino a oggi, è il modo in cui l’amministrazione opera: senza una linea chiara e realmente incisiva.
Un tempo il capro espiatorio aveva un nome e un cognome: Rinaldo Melucci. Un’etichetta che, col senno di poi, fu facile da affibbiare, dal momento che alcuni suoi tratti caratteriali risultavano poco graditi, soprattutto se messi a confronto con l’attuale sindaco, dai modi più pacati e democristiani. Tratti che, tuttavia, non avrebbero dovuto essere in più di qualche circostanza confusi o sovrapposti al piano politico. Oggi, dunque, chi dovrebbe essere il nuovo capro espiatorio?


