di Erasmo Venosi
In Italia, per la bonifica dei siti altamente inquinati, si procede a rilento. Con un passo da lumaca. Delle acque sotterranee, solo il 2% ha una bonifica conclusa. Vergogna
L’area totale dei siti di interesse nazionale da bonificare è pari a 148.598 ettari. Solo 7430 ettari di terreno delle aree perimetrate ha il progetto di bonifica o di messa in sicurezza approvato e solo 7.972 ettari su 148.598 sono stati bonificati. Delle acque sotterranee solo il 2% ha una bonifica conclusa.
Altri 35mila siti da bonificare si trovano nelle regioni. Siti dove vivono circa sei milioni di persone sottoposte a un elevato rischio di malattie gravi. Le evidenze scientifiche, soprattutto sul piano epidemiologico, cioè degli impatti sulla salute dovuti all’inquinamento ambientale, sono moltissime e l’urgenza di intervenire nelle aree italiane ad elevato rischio di crisi ambientale deriva sia dai dati ambientali e dall’elevato numero di malattie ad essi connessi.
L’ultimo Rapporto SENTIERI (Sistema nazionale di sorveglianza epidemiologica) pubblicato due anni fa dimostra la correlazione tra esposizione cronica all’inquinamento e la vulnerabilità alle malattie. Nei siti contaminati sarebbe necessario mettere la salute al centro delle analisi e delle conseguenti scelte. Finché si continuerà a mettere in primo piano il tema economico e la tutela dei posti di lavoro, si perderà la battaglia su ambiente, salute e, alla fine, anche sul lavoro. Solo se prevarrà la capacità di cambiare paradigma, ponendo all’apice della piramide delle priorità la tutela della salute, sarà possibile imboccare una strada diversa, che potrà dare risultati positivi anche in termini economici.
Secondo una stima di Confindustria di dieci anni fa, un investimento di 10 miliardi di euro nelle bonifiche dei SIN creerebbe 200 mila nuovi posti di lavoro. Lo Stato intascherebbe 5 miliardi di euro attraverso maggiori entrate fiscali e contributi sociali. Per la Corte dei Conti, nel 56% dei siti le bonifiche non sono mai iniziate.
Il progetto CISAS (Centro Internazionale di Studi Avanzati sull’Ambiente, l’Ecosistema e la Salute Umana) è rivolto alla comprensione dei fenomeni di inquinamento ambientale e del loro impatto sulla salute umana in siti altamente contaminati, focalizzato sui SIN di Priolo, Milazzo e Crotone.
I ritardi sembrano da imputare a risorse, ma anche alla difficoltà di tradurre il progresso scientifico in strategie operative. Forse incide sui ritardi anche la rigidità del modello procedurale. L’iter prevede quattro fasi: caratterizzazione del sito, analisi del rischio, predisposizione del piano di bonifica o messa in sicurezza ed esecuzione dei lavori. Tuttavia, sebbene la legge preveda un completamento delle prime tre fasi entro 18 mesi, nella pratica questi tempi non vengono mai rispettati.
Sarà capace la politica di trasformare le bonifiche da problema irrisolto in opportunità concreta per il rilancio ambientale, economico e sociale dei territori?


