Secondo l’autopsia nello stomaco non sono stati trovati nè chiodi nè sostanze tossiche
Il cane molecolare Bruno, trovato senza vita il 4 luglio scorso nel centro di addestramento di Talsano, non sarebbe morto per avvelenamento. È quanto emerge dall’indagine coordinata dal pubblico ministero Raffaele Casto, che ha iscritto nel registro degli indagati l’istruttore cinofilo Arcangelo Caressa con l’ipotesi di simulazione di reato, disponendo il sequestro del telefono cellulare, del computer e della documentazione in suo possesso.
Secondo gli atti dell’inchiesta, il quadro dei fatti sarebbe diverso rispetto a quanto inizialmente denunciato. Gli inquirenti ritengono che l’istruttore avrebbe simulato l’avvelenamento dell’animale con l’obiettivo di indurre l’apertura di un procedimento penale per un presunto omicidio. Ai Carabinieri intervenuti sul posto sarebbero state consegnate alcune fotografie che mostravano la presenza di bocconi contenenti chiodi nei pressi del corpo del cane. Tuttavia, per la Procura, quegli oggetti non erano presenti sulla scena del ritrovamento. A rafforzare questa ipotesi vi sarebbe la testimonianza di un altro addestratore del centro, la prima persona ad aver rinvenuto Bruno privo di vita, che ha riferito di non aver notato alcun boccone sospetto nei pressi del box.
Anche gli esiti dell’autopsia sembrano escludere l’avvelenamento: nello stomaco dell’animale non sono stati trovati né chiodi né sostanze tossiche. Inoltre, secondo la ricostruzione della Procura, al momento dell’arrivo della veterinaria i bocconi non si trovavano più sul luogo del ritrovamento, poiché sarebbero già stati raccolti e riposti in una busta, per poi essere consegnati alle forze dell’ordine solo in un secondo momento.
Le cause reali della morte di Bruno, secondo la Procura e i veterinari che hanno effettuato tutti gli accertamenti del caso, sarebbero dunque di natura diversa e non riconducibili a un avvelenamento.


