Di Rosa Elenia Stravato
Il gruppo Otb annuncia l’avvio di un progetto di prevenzione della fertilità rivolto alle proprie dipendenti e l’opinione pubblica si confronta
Chi decide quando e come fare un figlio? Esiste, forse, una conditio per la quale una donna debba rispondere aderendo completamente alle “esigenze sociali convenzionali”? In un mondo iper complesso che ha portato allo slittamento dell’età adulta, dell’indipendenza economica e della creazione di nuclei famigliari; è importante porsi alcuni interrogativi. Fondamentale ed urgente, si direbbe, ragionare attraverso il progresso della scienza. L’opinione pubblica, in questi giorni, ha molto chiacchierato attorno alla possibilità di “congelare gli ovuli”. Sarà un qualcosa di positivo? Negativo? Una sorta di dibattito che è finito sulla bocca di tutti, chiunque. Ma come è sorta questa questione? Il gruppo Otb, holding italiana del lusso fondata da Renzo Rosso, ha annunciato l’avvio di un progetto di prevenzione della fertilità rivolto alle proprie dipendenti. Una scelta che, per la sua portata simbolica e per le implicazioni etiche e sociali che porta con sé, ha immediatamente acceso il dibattito pubblico e suscitato la reazione dei sindacati, che denunciano l’assenza di una reale contrattazione e richiamano l’urgenza di tutelare il lavoro femminile nel suo complesso. Il progetto, presentato come iniziativa di welfare aziendale, prevede percorsi di educazione e prevenzione sui temi della fertilità e offre alle donne tra i 30 e i 40 anni la possibilità di accedere al social freezing, ovvero alla crioconservazione degli ovuli, con l’obiettivo di posticipare la maternità a un momento successivo della vita. A promuoverlo sono Otb, la Otb Foundation e Genera Pma, centro specializzato in procreazione medicalmente assistita. Il gruppo – che comprende marchi come Diesel, Maison Margiela, Marni, Jil Sander e Viktor&Rolf – conta circa settemila dipendenti e diventa così, di fatto, la prima azienda in Italia a introdurre una misura di questo tipo. Secondo quanto spiegato da Arianna Alessi, vicepresidente di Otb Foundation, l’iniziativa nasce dalla constatazione che in Italia il social freezing è coperto dal sistema sanitario pubblico solo in presenza di specifiche patologie o attraverso liste d’attesa molto lunghe, rendendo questa possibilità accessibile a poche persone. Da qui la decisione della Fondazione di finanziare i percorsi per le lavoratrici che aderiranno, con l’intento dichiarato di «promuovere la libertà di scelta sulla propria vita riproduttiva, contrastare l’infertilità legata all’età e rispondere a un’evoluzione sociale e lavorativa che spesso porta a rimandare il desiderio di maternità». Un quadro che trova riscontro nei dati: l’età media al primo parto in Italia è arrivata a 33,8 anni e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18. Eppure, proprio questa impostazione solleva numerose perplessità. Innanzitutto per il metodo: una decisione assunta dall’alto, senza un confronto preventivo con le rappresentanze sindacali, su un tema che tocca la sfera più intima delle persone. In secondo luogo per il messaggio culturale che rischia di veicolare. Trattare la preservazione della fertilità come una “convenzione” aziendale, al pari di altri benefit, può apparire una semplificazione eccessiva di una questione complessa, che richiederebbe percorsi individuali, ascolto e accompagnamento, non soluzioni standardizzate. C’è poi un nodo più profondo, che riguarda le politiche per contrastare il calo demografico e l’aumento dell’infertilità. Il problema, da tempo irrisolto, è la persistente contrapposizione tra maternità e carriera: un equilibrio che in Italia continua a gravare quasi esclusivamente sulle donne. In questo contesto, il congelamento degli ovuli rischia di diventare un palliativo, una risposta tecnica a un problema strutturale. L’idea di “mettere in agenda” la maternità, di governarla come una variabile organizzativa, solleva interrogativi etici rilevanti: è davvero questa la strada per sostenere la genitorialità o non piuttosto il segnale di una società che fatica a creare condizioni favorevoli per avere figli quando biologicamente sarebbe più semplice farlo? Negli Stati Uniti il social freezing è da tempo un benefit aziendale diffuso. Colossi della Silicon Valley come Facebook, Apple, Google e Uber lo hanno introdotto, contribuendo a normalizzare una pratica che, se da un lato amplia le opzioni individuali, dall’altro si inserisce in modelli produttivi che tendono a incentivare il rinvio della maternità. Non va inoltre trascurato il ruolo crescente delle cliniche private specializzate in tecniche riproduttive, che traggono profitto dall’espansione di questi servizi. In Italia, segnali in questa direzione arrivano anche dalle istituzioni: lo scorso giugno la Regione Puglia ha varato un contributo una tantum fino a 3mila euro per la crioconservazione degli ovuli, destinato a donne tra i 27 e i 37 anni con Isee inferiore ai 30mila euro. La questione, dunque, non può essere ridotta a una contrapposizione ideologica tra favorevoli e contrari. Al centro resta la libertà di scelta delle donne, che deve essere reale e non condizionata da pressioni economiche, lavorative o culturali. Offrire strumenti in più può essere un’opportunità, ma solo se inserita in un contesto che non suggerisca implicitamente che rimandare la maternità sia la scelta “giusta” o più conveniente per l’azienda. Il valore etico di iniziative come questa si misura nella loro capacità di ampliare le possibilità senza trasformarle in aspettative, di sostenere senza indirizzare. Perché la genitorialità, prima ancora che una questione organizzativa o sanitaria, resta una dimensione profondamente personale, che nessuna policy – per quanto benintenzionata – dovrebbe mai normalizzare o amministrare come un semplice strumento di welfare.


