L’Ilva a Flacks Group? Agli americani. Al Paese che ha fissato dazi del 50% sull’acciaio (e l’alluminio) prodotto in Europa e importato dall’altra parte dell’Atlantico. Ma questi sono del mestiere? Il Governo Barbara d’Urso, col cuore, ci regala un’altra gemma di politica industriale
Te la do io l’America. Al pari della trasmissione Rai andata in onda nei primi anni ’80 del secolo scorso, condotta dal comico (tragico) Beppe Grillo, la vicenda Ilva è una battuta che non fa ridere. Un viaggio al contrario lungo le due sponde dell’Atlantico. La soluzione che, ancora una volta, non risolve ma ingarbuglia. Avvolta nella bandiera a stelle e strisce dell’equivoco, la fabbrica siderurgica di Taranto scivola mestamente nell’ennesima farsa della sua storia contemporanea. Si dice potrebbe avere un nuovo acquirente a breve, Flacks Group, con sede a Miami. In Florida. Cioè: nello stesso Paese che conta un presidente tanto sgraziato quanto pericoloso. Un errore-orrore della Storia, reso possibile dal sonno della ragione di certo progressismo salottiero. Molto liberale, poco sociale. Un presidente, quello col ciuffo rosso e la faccia lessa, che fissa dazi al 50% sull’acciaio prodotto in Europa e importato negli Stati Uniti. Ma questi, direbbe un comico dall’accento pugliese, sono del mestiere?
Noi vendiamo, o ci apprestiamo a vendere, la più grande acciaieria d’Italia – e d’Europa – ad un fondo d’investimento americano nel mentre gli americani fissano dei dazi per l’acciaio prodotto nel Vecchio Continente. Più che sovranista, quello italiano è un governo casinista. Un esecutivo alla Barbara d’Urso: col cuore. Degli enti locali inutile anche parlarne. A Roma non abbiamo una politica industriale; a Bari – e Taranto – a latitare è, semplicemente, la politica. Sono dazi nostri, con questi signori. Dazi amari.


