È rottura tra le parti
L’esito del tavolo odierno in Confindustria Bari si è concluso – fanno sapere nella nota – con una rottura tra le parti ha confermatoche la strada tracciata dall’azienda è del tutto distante dalle necessità reali di chi ogni giorno manda avanti la produzione e non rilancia l’azienda così come più volte richiesto dalle oo.ss.
Il piano presentato non convince affatto. Dichiarano: ” “Rischia di determinare un netto peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per le lavoratrici e i lavoratori e senza nessuna prospettiva per una definitiva uscita dall’utilizzo degli ammortizzatori sociali, vanificando anche il lavoro di sintesi fin qui svolto al tavolo con le regioni Puglia e Basilicata.”
Le organizzazioni sindacali – aggiungono – considerano la proposta aziendale irricevibile per i seguenti motivi:
Produzione e Logistica: scelte miopi.
L’azienda ha presentato un piano che non elimina affatto le inefficienze di produzione esistenti.
Al contrario di quanto da noi indicato ripetutamente nei tavoli tecnici, il management non ha voluto affrontare una reale riorganizzazione che valorizzi le competenze interne: invece di investire e innovare, si prosegue con i tagli: confermata la chiusura dello
stabilimento di Jesce 2, in una rappresentazione confusa che elimina solo postazioni generando ulteriori inefficienze e non permettendo nei fatti il rientro della produzione dalla Romania.
Grave la decisione di procedere con la cessione del polo di La Martella (Direzione Logistica), un ulteriore tassello che impoverisce il controllo diretto sul ciclo produttivo e
mette a rischio altri posti di lavoro.
Ammortizzatori Sociali: un peso insostenibile.
Il nuovo assetto proposto non risolve le criticità, ma le aggrava. I numeri mostrati parlano di una sospensione media della CIGS del 45%. È un colpo durissimo ai salari che peggiorerà la situazione economica delle famiglie. Di fatto, questa impostazione crea un nuovo e ulteriore esubero rispetto a quello attuale, rendendo la precarietà una condizione strutturale e non temporanea.
Incentivi all’esodo per lavoratrici e lavoratori vicini alla pensione.
Tema in sospeso, non affrontato oggi, e fermo a una proposta aziendale dei giorni precedenti,
lontana dalle richieste sindacali, e peggiorativa rispetto a quella presentata a dicembre 2025.
Internalizzazione Romania: la chiarezza è un obbligo
Per il sindacato, l’unico modo reale per ridurre la CIGS negli stabilimenti italiani è il rientro delle produzioni dalla Romania.
L’azienda continua a mantenere una pericolosa opacità su questo punto e senza un impegno
preciso sul ritorno dei volumi in Italia, ogni piano resta una scatola vuota. Non è accettabile che il lavoro resti all’estero mentre qui si ricorre pesantemente alla Cassa Integrazione.
Inizia ora lo stato di mobilitazione – fanno sapere -.
Le lavoratrici e i lavoratori non possono essere gli unici a continuare a pagare il prezzo di scelte aziendali sbagliate e per l’ennesima volta a non essere ascoltati. Non vogliamo essere complici di un piano scellerato per questo da domani avvieremo il confronto in tutti gli stabilimenti per discutere i dettagli della vertenza e preparare le prossime iniziative.
In occasione del tavolo ministeriale a Roma il 2 marzo – concludono – saremo dalla tarda mattinata sotto la
sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Crediamo che un’azienda strategica per il Paese come la Natuzzi non possa incentrare il piano industriale del prossimo triennio su chiusure, dismissioni e tagli, ma debba invece investire in nuovi mercati e prodotti, puntare sulla professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori presenti negli stabilimenti di Puglia e Basilicata e riportare la produzione in Italia per garantire il lavoro e quella qualità che ha reso Natuzzi famosa nel mondo


