Fu Antonio Rizzo, ideatore del Premio Taranto, a fissarmi l’appuntamento. La mia tesi di laurea, una tesi sperimentale, verteva sul rapporto ideale tra Leopardi e Ungaretti. Al termine della giornata, accompagnandomi alla porta, il maestro esclamò: “Auguri ragazzo per la tua vita, non per la tua laurea”
Io non amo mai parlare di me stesso e dei miei fatti personali. Ma oggi voglio fare un’eccezione e non parlare di politica. Ieri, nel vedere il programma di Rai 3 dedicato a Giuseppe Ungaretti, ho provato un’emozione profonda che mi piace condividere con voi. E vi spiego perchè. 1968: sono alla soglia della laurea e il mio professore De Castris, relatore della mia tesi di laurea che ha come argomento Ungaretti lettore di Leopardi, ritiene necessario che io incontri il poeta per confermare una mia intuizione sul suo rapporto con il poeta di Recanati. L’incontro mi è procurato dai buoni uffici di Antonio Rizzo, buon amico del poeta fin di tempi del Premio Taranto.
Incontro Ungaretti nella sua casa romana all’Eur. Busso al cancello di una villetta a due piani circondata da magnolie, pini e fiori. Alla porta mi accoglie direttamente lui, uno stupendo vecchio con i capelli bianchissimi e lunghi sotto un colbacco, la barba bianca e il sorriso cordiale e accogliente. Al collo una sciarpa color vinaccia su un maglione dolcevita blu. Due occhi azzurrissimi, limpidi, profondi e taglienti come due lame.
“Buongiorno Maestro, sono quello studente di cui le ha parlato Antonio Rizzo. Sa, e per la mia tesi di laurea”. Il viso rugoso di sughero incorniciato da una candida barba è la quinta su cui si affaccia un sorriso innocente come sa essere solo quello dei poeti. Una voce roca e cavernosa scandisce con lentezza le parole con le quali mi prega di entrare.
“Entra ragazzo entra. Benvenuto”. Mentre percorriamo l’ingresso mi chiede del viaggio, se è andato bene e se ho avuto difficoltà nel trovare la casa. Lo studio è al piano superiore della villa. Mi prende per mano. Saliamo le scale, lo seguo nello studio. Porta due scarponcini di panno su un pantalone di velluto a coste color marrone. Le pareti dello studio sono coperte di libri fino alla soffitta.
Sulle pareti un Mirò, un Mafai ed una piazza di De Chirico, due cavalli di Aligi Sassu, in un angolo una scultura, una “cosa”, così la definisce lui, di Pericle Fazzini. Si interessa a me, ai miei studi, alla mia vita privata. Il disagio iniziale lentamente, man mano che la conversazione si snoda, va via. E molto facile parlare con i poeti. Parlano come noi, si interessano alle cose come noi, usano la nostra stessa nostra lingua, si esprimono in maniera forse ancora piu semplice e comprensibile di quanto non facciamo noi.
Conosco tutto di lui. I suoi genitori toscani, Alessandria d’Egitto, la sua esperienza francese, le sue frequentazioni parigine: Picasso, Apollinaire, Braque, Max Jacob, Modigliani, Blaise Cendras. So del suo dolore irrisarcibile per la perdita di suo figlio ancora bambino.
Il poeta conferma la mia intuizione. L’Ungaretti di “Allegria di naufragi”, de “Il sentimento del tempo”, de “Il porto sepolto”, l’Ungaretti rivoluzionario del verso e della parola frantumata, destrutturata e ricostruita si dichiara innamorato e discepolo di Leopardi! Sono incantato da questo vecchio che parla del suo Leopardi con gli occhi semisocchiusi e quasi in trance. Non oso interromperlo per le mille domande che mi si affollano tumultuosamente nella mente. Spezzerei un incanto. E il Poeta parla, parla, parla, con gli occhi socchiusi, due lame di un azzurro chiaro e intenso a cui fa da pendant una straordinaria voce cavernosa e graffiata.
Il mio quaderno di appunti è pieno da scrivere sull’argomento non una, ma due tesi di laurea. Mi invita a pranzo. A tavola noto le sue mani magre con le dita sottili, il suo modo lento e misurato di toccare il cibo tipico dei vecchi, le sue continue carezze alla nipotina Annina, la freschezza di un uomo che a dispetto degli anni ha conservato tutta intera la sua innocenza.
L’eterna fanciullezza e innocenza dei poeti. Vorrei fissare nella mente tutti i particolari della giornata che sta passando troppo in fretta. Dopo il caffè passiamo il pomeriggio ancora a parlare di Leopardi, di Petrarca, di Manzoni ma anche di noi. Mi racconta della sua vita in Africa “madre calda e sensuale” della sua partecipazione al primo conflitto mondiale, della sua vita in trincea, sul Carso dove “il tempo non passava mai nell’attesa del prossimo assalto al quale forse non saremmo sopravvissuti”.
La caducità della morte di Soldati. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Si abbandona al racconto della sua vita parigina. “Gli anni più belli, più spensierati, più importanti per la mia formazione”. Mi parla di Picasso, “un pazzo fottuto”, e di Modigliani, “un ragazzo geniale. Triste, malinconico e soprattutto sfortunato. Che peccato morire così giovane”.
Mi parla della sua esperienza in Brasile come professore di letteratura italiana all’Università di San Paolo. Mi confessa perfino, sussurrandomelo come per chiamarmi a complice e scherzandoci sopra, di essersi innamorato a 82 anni di una donna più giovane di lui e aggiunge maliziosamente “ma non solo dal punto di vista ideale come si suol dire dei vecchi, ma proprio in quel modo lì che stai pensando”. E giù una bella risata. Ormai il ghiaccio si è sciolto.
Mi chiede di me. Vuole sapere tutto, le mie origini, quali altri interessi coltivo, se ho un amore, cosa mi aspetto dalla vita. Rimane colpito quando gli racconto le mie modeste origini contadine e quando gli parlo di mio padre che era uno dei ragazzi del ’99 mandati al massacro come lui nella Prima guerra mondiale anche lui sul Carso e sul Sabotino.
L’incontro volge al termine. E si che avrei voluto che non finisse mai. Mi accompagna giù al cancello. Mi chiede di mandargli una copia della mia tesi di laurea. Un buffetto e “Auguri ragazzo per la tua vita, non per la tua laurea”. Ci lasciamo con una stretta di mano e un arrivederci.
Gli prometto, e lui ne è felice, che sarei ritornato a Roma a salutarlo di nuovo e a portargli personalmente una copia della mia tesi. Non farò in tempo. Ungaretti se ne va troppo presto il 1° giugno 1970. Mi sembra di perdere un vecchio amico. Con lui se ne va un pezzo della mia vita. E soprattutto il rammarico di non poter più rivedere le due profonde lame azzurre dei suoi occhi e quel suo sorriso innocente di poeta.
Ecco perché rivedere dopo tanti anni in TV il mio “amico” Ungaretti e quella casa dove mi aveva preso per mano e invitato a pranzo, mi ha procurato un’emozione intensissima.


