Tra riduzione della produzione, migliaia di cassintegrati e l’incertezza sul futuro degli impianti, il reportage di Presa Diretta racconta la crisi dell’Ilva di Taranto, tra salute, ambiente e il piano da 5 miliardi di Michael Flacks per riportare in vita la città dell’acciaio
Si è parlato della crisi dell’ex Ilva nella puntata di “Presa Diretta Open” andata in onda domenica 8 marzo su Rai 3, un reportage che racconta da vicino la situazione del più grande stabilimento siderurgico d’Europa e il destino incerto di una città che da decenni vive sospesa tra lavoro, ambiente e salute.
La trasmissione condotta da Riccardo Iacona ha ricostruito, attraverso testimonianze e interviste, le vicende della grande fabbrica che ancora oggi continua a rappresentare una ferita aperta per la città. Oggi lo stabilimento, passato negli anni da Ilva ad Acciaierie d’Italia, produce circa 2 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, una quantità dimezzata rispetto al passato, e impiega circa 8 mila lavoratori diretti contro i 40 mila degli anni Ottanta. Un ridimensionamento drastico che pesa sull’intero territorio: metà degli operai è in cassa integrazione e migliaia di lavoratori dell’indotto vivono la stessa condizione di precarietà, mentre la città affronta una crisi sociale sempre più evidente. Le telecamere del programma hanno raccontato questa realtà partendo dal quartiere Tamburi e dai comuni limitrofi, luoghi simbolo della convivenza quotidiana con gli impianti industriali e con il peso di una storia segnata da morti sul lavoro, problemi sanitari e difficoltà economiche diffuse.
In questo scenario di incertezza, il reportage ha dato spazio anche alla possibile svolta industriale rappresentata dalla trattativa per la vendita degli impianti. Al centro della puntata l’intervista a Michael Flacks, finanziere britannico con base a Miami, che sta negoziando con il Governo italiano l’acquisizione dell’ex Ilva. Flacks ha ribadito con decisione la volontà di portare avanti l’operazione “al cento per cento”, nonostante le nuove strette della magistratura milanese sull’impatto ambientale dello stabilimento.
Il suo piano prevede un investimento complessivo di circa 5 miliardi di euro, un mix di finanziamenti bancari, fondi pubblici italiani sotto forma di prestiti e risorse europee, con l’obiettivo di rilanciare la produzione fino a 4 milioni di tonnellate nel giro di un anno e arrivare ad assumere fino a 10 mila lavoratori. Nella strategia dell’imprenditore rientra anche la progressiva trasformazione tecnologica dello stabilimento: entro un anno e mezzo, secondo il progetto illustrato a Presa Diretta, agli altiforni tradizionali dovrebbe affiancarsi un forno elettrico, primo passo verso un processo produttivo più sostenibile.
Le sue parole: “Sapevamo che non sarebbe stata una sfida semplice, siamo consapevoli delle questioni legate ai sindacati, al Governo, ai cittadini, alle emozioni della gente. Stiamo parlando di Ilva, non è un’azienda qualunque. Abbiamo un rapporto stretto coi commissari e col ministro Urso, tutti vogliono trovare una soluzione. Aldilà delle opinioni politiche Ilva deve continuare a vivere per l’Italia. Non sono un esperto tecnico delle aziende che possiedo, porto con me gli esperti. Dopo diverse ispezioni a Taranto mi hanno detto che l’impianto è in ottime condizioni, tra i migliori in Europa. Non c’è nulla che non possa essere riparato. Si dice che Ilva abbia causato molte malattie e morti. Se sono stati commessi errori da parte di Ilva bisogna rimediare, risarcire e garantire che non accada più.”
La puntata ha poi allargato lo sguardo oltre i confini italiani con un viaggio in Svezia, dove si sta sperimentando un modello produttivo basato sulla decarbonizzazione e sulla produzione di acciaio “verde”. Un esempio concreto di come la siderurgia europea stia cercando di reinventarsi puntando su tecnologie meno inquinanti e su nuovi processi industriali.


