Quanti hanno fatto tripletta direttamente da corner, per giunta in una partita decisiva, quale che fosse la categoria e in quali sterrati e in quali nebbie del calcio invisibile di cinquant’anni fa? Ci riuscì un omino di ferro che segnava da centrocampo per una birra o una gazosa, che oggi pedala all’alba su una bici arrugginita e che altro non chiede alla vita che poterla ringraziare per ogni giorno che gli dona
di Marco Tarantino
ENTRA NANDINO nell’edicola palagianese di viale Chiatona e ogni santa mattina, molto prima delle sette, dice a Nicola o ad Alessandro Palmisano: “Mancini, uno e uno”. Non importa perché. Significa: una GaSport e un locale, da portare a un paio di bar, che oltre a coprirgli – bontà loro – i tre euro e venti gli concederanno – bontà loro – un espressino. É sempre al volo, Nandino, come il gol che preferiva tra le centinaia in venti campionati che non ha contato, Prima, Seconda, Terza categoria, San Giorgio, soprattutto Mottola, infine la sua Palagiano, avendo l’11 tatuato sulla schiena e comparendo sempre improvviso da qualche altra parte, purché fosse opposta: “Sì, un pallone lungo. Lo colpivo al volo. Era gol scritto”. Nicola gli passa i quattro quotidiani, Nandino è più al volo dei suoi antichi tiri, dei suoi prodigi impolverati. Ha di solito smarrito una scommessa per mezzo risultato, un euro di giocata, ne avrebbe vinti quindici. Non si lamenta mai, lo dice e basta. Intorno, è frequente che si accendano discussioni calcistiche di un certo furore. Nandino non partecipa, un po’ perché è un uomo al volo, un po’ perché un uomo con quegli occhi sgranati, che non chiede niente e tutto dà come può, come riesce, è un uomo buono. Bello, sorride come può sorridere lui, qualche dente su, qualcuno giù, dovranno resistere indomiti ma non è probabile, il gilè di sicurezza arancione che dà colore a un’alba che non ne ha, bello, eh, il gol di Biraghi da 50 metri? Beh, una volta ne feci uno dei tanti così, ma mi girai di spalle dopo aver tirato, e un compagno mi corse addosso, Nandino, Nandino, hai fatto gol, è finita sotto la traversa! E dove volevi che finisse, gli risposi: lo sapevo già.
PIACERE, sussurra, e neanche ci crede: Carmignano Pasquale, ottobre del ’46. Come, Pasquale? “Nessuno mi riconoscerebbe. ‘Nandino’ era mio padre, e tutti mi hanno sempre chiamato così. Davvero vuole scrivere di me?”. Sì, Nandino. Una sua concittadina, Lennj Mongelli, tempo fa mi spiegò una cosa, ne fui inchiodato e capii che avrei dovuto esserne degno. Perciò oggi, ma anche ieri e sempre, lei è l’eroe che tutti devono ricordare, e io soltanto la penna Bic. “Mi sa che è la storia della tripletta dall’angolo. Chi gliel’ha raccontata, Mancini?”. Sarebbe Nicola Palmisano, ma vabeh. Sì, Nandino. Però ora tocca a lei.
“Primi anni Settanta, Seconda col Mottola, finale della Coppa di categoria col Monteparano. 2-2 in casa, ritorno là, si mette male, pensa qualcuno. Macché, dico. Metto il primo corner sotto il primo incrocio, quelli ne fanno due, metto il secondo angolo sotto il palo opposto. Il pallone pesava, era quello con gli esagoni, che si crede, mica c’era il Tango, quanti ne avrei fatti. Si vede che due non bastavano. Piazzai il terzo corner sotto la traversa e vincemmo la Coppa”. Che roba, Nandino. “Beh, senta, ne vado orgoglioso. Poi è arrivato Palanca, certo, in serie A, ma tre gol in una partita li ha fatti mai?”. Non li ha fatti nessuno, Nandino, e cosa contano le epoche e il filmati, youtube e i ritocchi del web, cosa conta che non ci sia uno straccio di video della sua leggenda: è esistito, fu un pomeriggio, tre versi di poesia entrarono nella beffa indimenticabile dello stesso portiere. La portarono in processione, poi? “Una birra o una gazosa, il premio era quello. Invece quando eravamo in Prima capitava che c’infilassero in busta anche tremila lire. Ci facevi delle cose. Un po’”.
COL PIEDE SINISTRO si deve mordere una vita intera, se i denti non bastano, una gazosa ti mette più sete ancora e l’angoscia è una trappola cui non si possono concedere lussi se no non ti alzi più.
Mollàti i giornali ai bar, incroci Nandino che rulla manifestini mortuari come se sotto volesse piallarci il diavolo, la notte e i sentieri da cui non si torna. “Ogni tanto faccio il supplente dell’attacchino titolare, se lui non sta bene. Non chiedo un euro, perché dovrei? Mi tengo impegnato. Tre figli, ma me ne sono rimasti due. Uno mi è morto a 19 anni in un incidente”. O d’altri sentieri, da cui si ritorna: ad averne voglia. Ad averne tempra. “Tumore all’intestino, tredici anni fa. Da allora, neanche un farmaco. Mi alzo alle 5, non sto un attimo fermo, pedalo, cammino. Mangio, bevo un bicchiere, dormo. Giocavo e facevo il muratore da bambino, la prima nel San Giorgio sotto falso nome, avevo 14 anni. Poi entrai in Ilva, 22 più 8 di amianto, al Porto respiravo tanti di quei minerali… Mi sa che me lo sono preso là. Ma mica mi ha ucciso. Meglio io”.
Come dubitarne. “Senta, non ho chiuso in bellezza”. Di questo sì che dubito. “E invece. Era l’81, avevo 35 anni, capitano della Gabetto Palagiano, partita decisiva per salire in Seconda contro la Brummel Taranto. Arrivo davanti al portiere, lo salto, devo solo spingerla, quello si aggrappa alla gamba. Rigore. No, dice l’arbitro, di Taranto pure lui. Come no, grido. Stia zitto, fa, lei è pure capitano. Non sto zitto neanche per il cazzo, rispondo, lo hanno visto tutti, dovevo solo toccarla e quello mi si porta a casa. Manco lo dico e l’arbitro tira fuori il rosso, vada via, fuori. Okay, penso: se deve finire, finirà come dico io. E gli tiro una sberla dalla parte della fede, così lui si mette a sanguinare. Radiato”.
Cose che capitano, Nandino. Semmai bisognerebbe indagare sulla grazia generale susseguente alla vittoria del Mundial ’82: magari oggi lei potrebbe tornare in campo. Farebbe comodo. Eccome.
Sorride. Non è che il sorriso abbia tutto quel balcone. Ma è più bello ancora, e poi quegli occhi sgranati, stupefatti.
Gli occhi di un uomo buono.
Eh, ripete: eh.
S’imbarazza, così distolgo. Dovesse rendere un’idea a tutto il mondo che potenzialmente la legge, Nandino: lei a chi somiglierebbe, a chi somigliava, con i sogni tra i tacchetti, il brecciolino nei calzettoni e gli arcobaleni dalla bandierina?
Non… lo so, sussurra disperso, e cerca in cielo un frammento per trovarci una risposta.
Quando poi la risposta c’è ed è esatta, Pasquale: chi fa tripletta dall’angolo non somiglia a nessuno.
Perché un altro così, e quando lo fabbricano più.


