Silvio Paolucci rappresenta un ponte tra due epoche. Da una parte il calcio ruvido, autentico, fatto di sacrificio e appartenenza. Dall’altra un presente più complesso, evoluto ma spesso disorientato
Silvio Paolucci e la corsa sulla fascia. L’anima di un calcio che non c’è più. Il Trofeo delle Regioni, quest’anno in Puglia, è stato poco più di un pretesto. Un caffè, qualche sorriso e poi quel fiume di ricordi che riaffiora senza chiedere permesso. Perché quando si parla con Silvio Paolucci, non si racconta solo una carriera: si riapre una finestra su un calcio che oggi sembra lontano anni luce.
Vent’anni vissuti sulla fascia destra, a correre, spingere, sacrificarsi. Dalla Serie C, dove esordisce appena diciassettenne a Vasto nel 1977, fino all’ultimo capitolo a Crotone. In mezzo, un percorso fatto di fatica vera, gavetta, sudore e talento: la maglia azzurra delle giovanili, fino all’Under 21, e circa 80 reti che raccontano meglio di qualsiasi parola la sua incisività sotto porta. Ma più dei numeri, restano gli uomini. Gli allenatori, prima di tutto.
C’era la sagacia tattica di Carletto Mazzone, capace di leggere le partite come pochi. L’esplosività caratteriale di Gianni Di Marzio, mai banale, sempre sopra le righe. La crescita di Massimo Morgia, agli inizi di un percorso che lo avrebbe formato nel tempo. E poi il temperamento di Veneranda, fatto di grinta pura, di quella che non si insegna.
Episodi che oggi sembrano appartenere a un’altra epoca: Toni Pasinato che, dopo un pareggio insperato a Padova, con il Taranto, si accascia esausto in panchina, tanto da dover essere portato in ospedale. Giovan Battista Fabbri, con il suo approccio paterno, capace di gestire uomini prima che calciatori. E Altobelli, che a Brescia rimette ordine nello spogliatoio, ridimensionando certe presunzioni con la forza della personalità.
Era un calcio fatto di relazioni vere, gerarchie chiare, rispetto guadagnato sul campo. E poi c’erano le piazze. Lo Iacovone di Taranto, una bolgia di entusiasmo autentico. La Favorita di Palermo, dove il tifo non era contorno, ma parte integrante della partita. Ambienti che ti formavano, che ti mettevano pressione ma anche energia. Oggi, quella connessione viscerale tra squadra e territorio sembra essersi affievolita, sostituita da una dimensione più globale ma meno identitaria.
Paolucci, in quel contesto, era un esterno difficile da contenere: velocità, cambio di passo, istinto sotto rete. Un calcio diretto, concreto, senza sovrastrutture. Ascoli, Taranto, Palermo, Brescia, Benevento: tappe di un percorso coerente, costruito giorno dopo giorno. E proprio qui emerge la frattura con il calcio attuale.
Negli anni ’80 e ’90, il calcio era ancora profondamente umano. Meno esasperato tatticamente, meno mediatico, ma forse più autentico. L’errore era parte del gioco, non una colpa da amplificare. Il talento veniva coltivato con pazienza, non bruciato dalla fretta. Gli spogliatoi erano scuole di vita, non semplici luoghi di passaggio.
Oggi il calcio è più veloce, più scientifico, più globale. Ma anche più indefinibile. I ruoli si ibridano, le bandiere scompaiono, le carriere si consumano rapidamente. La tecnologia ha migliorato le prestazioni, ma ha tolto una parte di spontaneità. E soprattutto, si è perso quel senso di appartenenza che per giocatori come Paolucci era tutto. Non è nostalgia sterile. È consapevolezza di una trasformazione.
Dopo aver appeso gli scarpini, Paolucci ha continuato a vivere il calcio da allenatore, per circa dieci anni, prima di dedicarsi al settore giovanile. Una scelta che racconta molto della sua visione: restituire al calcio ciò che il calcio gli ha dato.
Quando Stefano Bandecchi rileva la Ternana, affida proprio a lui il vivaio. Un compito complesso, tra difficoltà generazionali e nuove dinamiche sociali. Ma Paolucci ha una filosofia chiara: valorizzare il prodotto nazionale, costruire percorsi graduali, formare uomini prima che calciatori.
Non è un caso che l’Under 17 abbia conquistato, lo scorso anno, lo scudetto di categoria. Non è solo un risultato sportivo, ma la dimostrazione che certi valori, lavoro, pazienza, identità. possono ancora fare la differenza. In fondo, è questo il punto. Silvio Paolucci rappresenta un ponte tra due epoche. Da una parte il calcio ruvido, autentico, fatto di sacrificio e appartenenza. Dall’altra un presente più complesso, evoluto ma spesso disorientato.
E forse, davanti a quel caffè, il senso di tutto sta proprio lì: ricordare da dove si viene per capire dove si vuole andare. Perché il calcio cambia, inevitabilmente. Ma certe qualità, tecniche, certo, ma soprattutto morali, restano senza tempo.


