Intervista al professor Ercole Incalza. Più volte alto dirigente al Ministero dei Trasporti e dei Lavori Pubblici. Ideatore del Piano Generale dei Trasporti nel 1984. “Taranto è uno dei quattro Porti italiani di transhipment, ma lo ignora…”
Professor Incalza, perché il mare non bagna Taranto? Così come non bagnava Napoli secondo il bellissimo racconto di Anna Maria Ortese.
“Originale – ed intelligente – domanda. Taranto somiglia ad una bellissima donna, mediterranea, affascinante, che non riesce a maritarsi. Per una bizzarra declinazione della storia, la sua cifra è la precarietà. Uno stato di patologica rassegnazione”.
Il Porto attende i dragaggi come si aspetta Godot. Speranza vana, illusoria, tradita a più riprese.
“Taranto è uno dei quattro porti italiani di transhipment, ma lo ignora. Assieme a Gioia Tauro, Cagliari ed Augusta. E’ scalo strategico che vive di ordinaria marginalità. Imperatore che si è fatto suddito. Peccato. La delicata fase che attraversa è conseguenza logica di questo capovolgimento di valori”.
Dopo la “Carta di Atene” si prova a far nascere la “Carta di Taranto” con un sussulto magnogreco.
“Sarebbe una grande cosa. Con la Carta di Atene nacquero le reti TEN, il collegamento Transeuropeo mediante i Trasporti. Magari si potesse replicare quell’esperienza, rendere la città pugliese crocevia strategico del Mediterraneo. Non solo in chiave materiale, con la movimentazione delle merci, ma sul piano culturale”.
Lucio Caracciolo scrive su la Repubblica: “L’Italia ha smarrito la cultura della marittimità. Non si è dotata di un tessuto portuale ed infrastrutturale capace di sfruttare la sua centralità medioceanica. Siamo per geografia la migliore piattaforma logistica capace di connettere Asia, Africa, Europa e Americhe. Ma preferiamo non saperlo”.
“Il direttore di Limes ha ragione da vendere. Il futuro è nel Mediterraneo; la nostra salvezza passa dal Mediterraneo. E Taranto, magari ricercando una logica sinergica con Brindisi, potrebbe rappresentare la punta avanzata di questo proposito. Geopolitica dal basso, bottom up. Il particolare che assurge al generale”.
Sull’ex Ilva siamo ai titoli di coda?
“Il più grande stabilimento siderurgico d’Europa non può vivere di sussidi quando ci si ricorda. Con fare sporadico. Servirebbe, invece, una grande ricapitalizzazione da parte dello Stato. Le privatizzazioni, quelle che funzionano, necessitano di un interregno pubblico. Di fasi di passaggio che accompagnino la novità del momento. Non mi sembra che si stia procedendo in tale direzione”.
L’alta velocità si ferma a Salerno. La Statale 106 jonica non si riesce a completare. L’intera rete metropolitana italiana è, per estensione, inferiore a quella dello sola città di Madrid. Siamo un Paese scarsamente collegato, vecchio, rimasto indietro.
“Non posso darle torto, ho dedicato la mia vita professionale al tema delle infrastrutture. Può immaginare quanto mi ferisca questo stato di cose. Siamo rimasti a quarant’anni fa, al Piano Generale dei Trasporti. Speravamo in un recupero con le grandezze finanziarie del PNRR, ma a pochi mesi dalla sua conclusione molte delle risorse assegnateci non sono state spese”.
La politica ha le sue grandi responsabilità, ma le nostre burocrazie non sono da meno. Ai suoi tempi il merito era un discrimine, oggi appare nella migliore delle ipotesi un impaccio.
“E’ una domanda o un’affermazione?”.
Entrambe le cose.
“Mettiamola così, allora: considero la sua affermazione molto veritiera”.


