Di Rosa Elenia Stravato
Analisi del plurilinguismo espressivo tra impegno civile e ricerca letteraria
Il caso, forse, davvero non esiste. Si è qui ed ora per una ragione ben scolpita dalla penna di qualcuno che – con avidità e sapienza – ci mette in cammino. La Sicilia è una terra proficua: cantori, poeti, narratori instabili di trame intessute da puntini di sospensione. Ricca e controversa, ha dato natali a personaggi che bisogna necessariamente celebrare. Tra questi, spicca la figura di Vincenzo Consolo (Sant’Agata di Militello, 1933 – Milano, 2012), intellettuale la cui scrittura non è mai stata semplice esercizio estetico, ma scavo archeologico e denuncia civile.
Consolo incarna la figura dell’esule culturale. Formatosi tra la Sicilia e l’Università Cattolica di Milano, visse il trauma dello sradicamento trasferendosi definitivamente nel capoluogo lombardo nel 1968. Questo “esilio” divenne il cannocchiale rovesciato attraverso cui osservare la propria terra. Influenzato dalla lezione di Leonardo Sciascia, ma stilisticamente distante dalla sua linearità razionalista, Consolo si fece testimone della mutazione antropologica dell’Italia, osservando con dolore la fine della civiltà contadina e l’avvento di un’omologazione linguistica e culturale che definiva “degradazione”.
La produzione consoliana si articola come un corpus compatto in cui la Storia (con la S maiuscola) si scontra con il destino dei vinti. Il sorriso dell’ignoto marinaio (1976) è da considerarsi il suo capolavoro. Un romanzo storico sperimentale ambientato durante i moti risorgimentali del 1860 con cui, Consolo indaga il rapporto tra intellettuale e potere mostrandocelo attraverso gli occhi dell’impavido barone Mandralisca.
Con Retablo (1987), l’autore ci accompagna in viaggio in una Sicilia barocca e sensuale, dove la parola si fa pittura. Ambientato nel settecento, evoca suggestioni che restano oltre la lettura come degli affreschi zampillanti. Con Nottetempo, casa per casa (1992) si aggiudica l’ambitissimo Premio Strega. Nel testo, l’autore narra l’ascesa del fascismo in Sicilia, intrecciando esoterismo, follia e violenza politica.
Per Consolo, la letteratura ha il dovere morale di opporsi all’oblio. Egli rifiuta il romanzo di puro intrattenimento, preferendo una narrazione che richieda l’impegno del lettore. Il suo è un pessimismo storico: la convinzione che la Sicilia – e l’Italia intera- sia scivolata da un’utopia di riscatto a una realtà di corruzione e perdita d’identità. Asseriva con decisione perentoria: ”Io credo che la letteratura debba essere un’imprecazione, una protesta, un grido, non una consolazione.; questa visione trasforma l’autore in un “archivista” che recupera i detriti del passato per denunciare il vuoto del presente.
La grande unicità di Consolo risiede nella lingua che è una prosa poetica densa, stratificata, definita “verticale”. Egli non scrive in dialetto, ma innesta nel tessuto italiano termini arcaici, specialistici (gerghi di pescatori, contadini, architetti) e ritmi classici (endecasillabi e settenari nascosti). La sua scrittura è caratterizzata da un vivido espressionismo linguistico in cui apertamente rifiuta la “lingua di plastica” della televisione e dei giornali ma cerca la parola rara, quella che possiede ancora un peso fisico. Non a caso affermava: ”Scrivere per me è un atto di devozione verso le parole, verso i nomi delle cose che stanno scomparendo.”
Si potrebbe definire, il suo modo di scrivere, a intarsio poiché i suoi testi non sono linee rette, ma labirinti. Come egli stesso dichiarò in un’intervista:”Ho cercato di rompere la comunicazione piatta, di creare una lingua che fosse una sorta di musica, di armonia, ma anche di urto contro la realtà”.
Il rapporto tra Vincenzo Consolo e la Sicilia non è descrivibile come una semplice appartenenza anagrafica, ma come un nodo insolubile di amore, strazio e necessità gnoseologica. Per lo scrittore, l’isola non è uno scenario, bensì un paradigma del mondo, una lente attraverso cui leggere la storia universale e la degradazione della modernità. La Sicilia appare un “metapontum”; un’Isola-mondo.
Consolo pare aver ereditato da Verga, Pirandello e Sciascia l’idea che la Sicilia sia il luogo dove le contraddizioni della storia si manifestano con maggiore ferocia. Tuttavia, egli supera il realismo per approdare a una Sicilia metaforica. L’isola è il terreno di scontro tra la luce solare (la civiltà classica, il mito) e l’ombra fitta (la mafia, la corruzione politica, il fascismo).
Nelle sue opere, la geografia siciliana diventa una mappa dell’anima e della resistenza culturale contro quella che lui definiva la “mutazione antropologica” dell’Italia. Singolare, poi, il trasferimento a Milano nel 1968 che rappresenta un evento spartiacque con cui Consolo vive il paradosso dell’emigrato intellettuale: deve allontanarsi fisicamente dalla Sicilia per poterne scrivere con la necessaria distanza critica. Milano è il loco dell’osservazione sociologica e del lavoro editoriale; la Sicilia resta il serbatoio della memoria e del linguaggio. Dunque, Consolo non vede la Sicilia come una superficie ma come un palinsesto. Sotto il presente degradato, egli scava per ritrovare le tracce greche, arabe, normanne e spagnole.
La sua è una scrittura “verticale” perché scende nei sedimenti del tempo. Il legame più profondo si consuma sul piano linguistico poiché egli rifiuta l’italiano standardizzato, che considera una lingua “morta” e burocratica, priva di spessore storico. Il suo rapporto con la Sicilia si esprime nel recupero di un lessico tecnico e dialettale che rischia di scomparire insieme al mondo contadino e marinaresco. Affermerà: ”Io ho cercato di innestare sulla lingua italiana i succhi e i sapori di una lingua sedimentata, quella siciliana, per ridare corpo e verità alle parole.”
Va chiarito che, questa operazione non è folklore, ma un atto politico: usare la lingua siciliana -rielaborata in forma colta- significa salvare dall’oblio una civiltà che il neocapitalismo stava cancellando. Negli ultimi anni, il rapporto si fa più amaro e l’autore assiste alla “sparizione delle lucciole“-per dirla alla Pasolini- e vede la sua terra sprofondare in una volgarità irredimibile.
La Sicilia diventa allora il luogo del lutto. Se in Il sorriso dell’ignoto marinaio c’era ancora la speranza di un riscatto attraverso la ragione e la rivoluzione, nelle opere mature come Lo spasimo di Palermo, il rapporto con l’isola si trasforma in un’elegia funebre, dove la bellezza è solo un ricordo che ferisce. In ultima istanza, per Consolo la Sicilia è stata la ferita da cui è sgorgata tutta la sua letteratura; un luogo da cui fuggire per non morire, ma a cui tornare incessantemente con la parola per non perdere la propria umanità.
Il rapporto tra lo scrittore e la sua terra è ben riassunto in questa sua riflessione: “La Sicilia è una sorta di teatro del mondo, dove tutto avviene in modo più esasperato, dove il bene è più bene e il male è più male.” Ricordare e scoprire un autore come Vincenzo Consolo significa riscoprire il valore della parola come presidio di libertà. In un’epoca di comunicazioni istantanee e superficiali, la sua scrittura “difficile” resta un monito: solo attraverso la fatica della memoria e la precisione del linguaggio possiamo sperare di comprendere chi siamo stati e dove stiamo andando.


