Maiellaro non è mai stato uno qualunque. In campo era un leader naturale, uno di quelli che trascinano senza bisogno di urlare. Uno per cui il biglietto valeva sempre il prezzo: perché sapevi che, da un momento all’altro, poteva succedere qualcosa di piacevole
C’è un calcio che non esiste più, fatto di polvere, ginocchia sbucciate e sogni coltivati tra un sampietrino e una porta improvvisata. È da lì che nasce la storia di Pietro Maiellaro, lo “Zar”: un talento istintivo, libero, cresciuto senza sovrastrutture, quando bastava un pallone per accendere un destino.
A Lucera, nel rione Pezza del Lago o nel campetto sterrato dell’oratorio di San Pio X, Maiellaro costruisce la sua identità calcistica. Non c’erano accademie, né preparatori: solo pomeriggi infiniti e quella fame di gioco che trasforma un ragazzo in qualcosa di diverso. A diciassette anni l’esordio in Serie D con la squadra della sua città è già una dichiarazione d’intenti: tecnica, visione, personalità. Qualità che non passano inosservate.
Il provino ad Avellino è il primo vero spartiacque. Sotto gli occhi dello storico, unico presidente Antonio Sibilia, “chillo guaglione” conquista tutti. Ma prima della consacrazione serve gavetta: un anno a Varese Calcio con Eugenio Fascetti, maestro di un calcio concreto e viscerale e con un giovane Giuseppe Marotta già figura centrale dietro le quinte.
Il ritorno ad Avellino segna l’ingresso in Serie A. È il 1983, ma il rapporto con Ottavio Bianchi è tutt’altro che semplice: caratteri forti, visioni diverse. Così arriva la svolta Palermo, fortemente voluta da Tom Rosati, figura chiave nella crescita umana e tecnica di Maiellaro. Con lui, la vittoria del campionato di Serie C è un trionfo di gioco e appartenenza.
Ma il calcio, si sa, cambia in fretta. Senza Rosati, con Angelillo in panchina, l’equilibrio si rompe. Tra esigenze di bilancio e nuove gerarchie, Maiellaro approda al Taranto. È qui che nasce davvero lo “Zar”: due stagioni di maturazione, consapevolezza, leadership.
Le sue prestazioni attirano l’attenzione di Nils Liedholm, che lo vuole con determinazione alla Roma, accanto a Giuseppe Giannini. Il sogno sembra a un passo, nella Roma elegante del presidente Dino Viola. Ma il calcio è anche trattative, pressioni, deviazioni improvvise. L’inserimento del Bari dei Matarrese cambia tutto.
Spinto dal presidente del Taranto Vincenzo Fasano e conquistato dalla visione di Vincenzo Matarrese, Maiellaro si arrende alla scelta di Bari. Si dimostrerà la scelta della consacrazione. Quattro anni intensi, vissuti da protagonista assoluto, diventando il simbolo di una squadra giovane e identitaria: Giovanni Loseto, Michele Armenise, Giorgio De Trizio con altri. E soprattutto lui, lo “Zar”, capace di accendere lo stadio “Della Vittoria” con una giocata.
In panchina Gaetano Salvemini, uomo di equilibrio e linguaggio diretto: uno che “sapeva parlare il calcese”, entrando nella testa dei suoi giocatori. Bari diventa casa, consacrazione, amore. Il coro della curva è la fotografia di un’epoca: “mamma me batte el corason… ho visto Maiellaro”. Poi Firenze, con la Fiorentina. Prima Sebastião Lazaroni, teorico del calcio spettacolo; poi Gigi Radice, più umano, più empatico. Esperienze diverse, ma entrambe formative.
Le tappe successive raccontano un calcio in evoluzione: Venezia con Maurizio Zamparini, visionario e anticipatore; Cosenza con Gianni Di Marzio, istrionico e carismatico. Fino all’esperienza internazionale con il Tigres UANL, dove il calcio diventa anche cultura, apertura, impresa.
E proprio qui si completa la figura di Maiellaro: non solo talento, ma mente curiosa, capace di leggere il gioco anche fuori dal campo. Nel post carriera, infatti, rifiuta le logiche di un calcio che non riconosce più. Troppo schema, troppo possesso sterile, poca libertà per il genio. E soprattutto, un sistema che spesso significa sacrificare la meritocrazia sull’altare dei “corporativismi”.
Maiellaro non è mai stato uno qualunque. In campo era un leader naturale, uno di quelli che trascinano senza bisogno di urlare. Uno per cui il biglietto valeva sempre il prezzo: perché sapevi che, da un momento all’altro, poteva succedere qualcosa di piacevole.
E forse è proprio questo che manca oggi: giocatori come lo “Zar”, cresciuti per strada, liberi di inventare, capaci di accendere l’immaginazione. Perché il calcio, prima di essere sistema, è sempre stato, come dovrebbe tornare a essere, emozione.


