Il calcio, per Perinetti, non è mai stato soltanto competizione. È stato un tessuto umano. Le “squadrette” improvvisate nei quartieri romani non erano solo palestre di talento, ma luoghi di relazione, di crescita, di fiducia reciproca. È lì che si forma la sua identità: non un dirigente chiuso dietro una scrivania, ma un uomo capace di leggere le persone prima ancora dei giocatori
La storia di Giorgio Perinetti non è soltanto una lunga sequenza di incarichi, promozioni e società prestigiose. È, prima di tutto, il racconto di un uomo che ha scelto il calcio come linguaggio per stare al mondo e che, nel tempo, ha finito per usarlo anche come rifugio.
Nella Roma degli anni della sua giovinezza, tra i banchi del liceo Nazareno condivisi con volti destinati allo spettacolo come Carlo Verdone e Christian De Sica, Perinetti aveva già intuito qualcosa di sé: non sarebbe stato il campo il suo destino, ma tutto ciò che intorno al campo prende forma. Aveva lo sguardo lungo, quello di chi riconosce il talento negli altri prima ancora che emerga. E così, mentre molti inseguivano il sogno di diventare calciatori, lui costruiva il suo futuro osservando, selezionando, immaginando.
Il calcio, per Perinetti, non è mai stato soltanto competizione. È stato un tessuto umano. Le “squadrette” improvvisate nei quartieri romani non erano solo palestre di talento, ma luoghi di relazione, di crescita, di fiducia reciproca. È lì che si forma la sua identità: non un dirigente chiuso dietro una scrivania, ma un uomo capace di leggere le persone prima ancora dei giocatori.
Anche quando la carriera lo porta lontano, dagli anni intensi del Napoli di Diego Armando Maradona, fino ai tanti incarichi in giro per l’Italia, resta intatto questo tratto umano. Persino nei momenti più delicati, come quello in cui fu chiamato a comunicare a Maradona la squalifica per uso di cocaina, emerge una dimensione che va oltre il ruolo: quella di chi si trova, spesso, a gestire fragilità, non solo carriere.
Ma è lontano dai riflettori che la figura di Perinetti si rivela nella sua profondità più autentica. Le perdite familiari, prima la moglie Daniela e poi la figlia Emanuela, segnano una frattura che nessun successo professionale può colmare. Sono dolori che cambiano lo sguardo, che spostano il baricentro della vita. E in questo passaggio, il calcio smette definitivamente di essere solo un mestiere. Diventa una forma di resistenza.
Tornare tra i giovani, ripartire da contesti meno celebrati, accettare sfide lontane dai grandi palcoscenici: non è un ridimensionamento, ma una scelta. Un modo per restare in movimento, per non cedere al vuoto. Il campo, i ragazzi, le dinamiche semplici e genuine del calcio vissuto alla base diventano una terapia silenziosa, quotidiana. Non cancellano il dolore, ma gli danno una forma, un ritmo.
In questo senso, la parabola di Perinetti racconta qualcosa che va oltre il calcio stesso. Racconta di una generazione di dirigenti “all’antica”, certo, ma soprattutto di un uomo che ha attraversato il successo senza mai smettere di cercare senso. E che, quando la vita gli ha imposto prove durissime, ha trovato proprio in quel pallone rincorso da ragazzo una ragione per continuare a camminare.
Oggi, lontano dai grandi incarichi e più vicino a una dimensione intima e territoriale, Perinetti sembra essere tornato al punto di partenza, ma con una consapevolezza diversa. Il calcio non è più solo un sogno coltivato o una carriera costruita. È diventato un luogo dell’anima.
E forse è proprio qui che si misura davvero il valore di una vita intera: non nei trofei sollevati o nei contratti firmati, ma nella capacità di trasformare una passione in un appiglio, quando tutto il resto vacilla.


