di Rosa Elenia Stravato
Un viaggio critico nel cuore di una “zingara stanziale”: dalla formazione partenopea alla dolente riscoperta della Puglia
C’è chi sostiene che le autrici, le intellettuali donne abbiano trovato la propria voce a seguito del lungo buio al quale sono state costrette storicamente. In questa affermazione, probabilmente, si nasconde quel “fallocentrismo” che ha dominato la nostra società per secoli, millenni. È palese, vero? Spesso, anche nei manuali scolastici, esiste la sezione separata “voci di donne della letteratura”, come se fossero delle eccezioni.
È un dato obiettivo, lampante ma non immutabile. Ed è grazie a penne come quella di questa autrice che, forse, quel sistema fallocentrico si è andato a sgretolare. A sgretorale, chiaro. Ma non è scomparso.
Scrittrice irregolare, “zingara stanziale”, anima errante in un secolo di certezze ideologiche: Anna Maria Ortese (1914–1998) rappresenta uno degli enigmi più luminosi e perturbanti della letteratura italiana del Novecento. La sua non è stata solo una carriera letteraria, ma una lunga, solitaria e talvolta ferocissima resistenza contro l’indifferenza del reale.
Nata a Roma ma indissolubilmente legata a Napoli — città che fu per lei “un’allucinazione” e un grembo materno — la Ortese crebbe in una famiglia numerosa e segnata da una cronica precarietà economica. La sua formazione fu quella di un’autodidatta vorace: la mancanza di studi accademici regolari le permise di conservare uno sguardo vergine, non addomesticato dalle correnti letterarie dominanti.
La sua poetica germoglia nel contrasto tra la miseria materiale e una sensibilità metafisica che le faceva scorgere “il soprannaturale nel quotidiano”. Il trauma della morte dei fratelli e le peregrinazioni tra l’Italia e la Libia forgiarono in lei un senso di sradicamento che si tradurrà in una prosa densa, barocca e al contempo tagliente. L’opera ortesiana si muove su un crinale sottile dove il realismo più crudo sfuma nel visionario. I suoi capolavori sono stazioni di una via crucis intellettuale.
Ne “Il mare non bagna Napoli” (1953) ci restituisce una raccolta di racconti e reportage che svela le viscere sofferenti della città del Vesuvio. iconica, a tal proposito, la frase: “Napoli era una città deserta, la cui unica vita era il lutto.” Costò all’autrice un doloroso ostracismo da parte dell’intellighenzia napoletana. Con “L’Iguana” (1965) ci regala una favola metafisica dove l’animale diventa simbolo della creatura oppressa, del “diverso” che subisce la crudeltà del mondo civilizzato. Segue “Il porto di Toledo” (1975); una raffinata “biografia immaginaria” che trasfigura la giovinezza in un gorgo di visioni linguistiche e oniriche. Nel corpus delle sue opere giornalistiche, gli scritti dedicati alla Puglia – raccolti in volumi come La lente scura- emergono per una lucidità quasi febbrile. La Puglia della Ortese non è la regione solare delle cartoline, ma una terra di luce zenitale e ombre profonde. In “Puglia d’oro e di fango”, l’autrice osserva il paesaggio con una lente che ingigantisce il dettaglio per trovarvi un significato universale. La sua analisi si muove su due binari: da un lato l’estetica del silenzio e dall’altra parte la chiara e decisa denuncia sociale.
Come già fatto per Napoli, non arretra di fronte alla miseria delle campagne. La Puglia è per lei una “terra di luce ferita”, dove la bellezza dei palazzi barocchi di Lecce stride con la povertà dei braccianti. “In Puglia il sole non illumina, rivela. Rivele l’assenza, lo spreco di vita, la nobiltà di un popolo che abita il bianco delle pietre come fosse un altare.” La sua critica non è mai sociologica in senso stretto; è una critica dell’esistere. La Puglia diventa il luogo dove l’autrice sperimenta lo stupore per una natura ancora selvatica e il dolore per un’umanità dimenticata dal progresso.
Perché leggere Anna Maria Ortese oggi? In un tempo ricco di comunicazione rapida e superficiale, riscoprirla significa riappropriarsi della complessità. L’autrice fu pioniera di un’etica che include gli animali e la natura nel perimetro del dolore universale; pagò con l’isolamento la sua fedeltà a una visione del mondo che non accettava compromessi con le “mode” neorealiste o avanguardiste. La sua prosa obbliga il lettore a rallentare, a sentire il peso di ogni aggettivo, la temperatura di ogni immagine. In definitiva, scoprire Anna Maria Ortese significa accettare l’invito a guardare il mondo con “la lente scura” della verità: quella che non teme l’oscurità, perché sa che solo nel buio brilla, improvvisa, la scintilla della meraviglia.


