Di Armando De Vincentiis
Non serve essere violenti per diventarlo: basta l’occasione giusta. Lo dimostrano Marina Abramović e gli studi di Philip Zimbardo
Nel 1974 a Napoli, Marina Abramović entrò in una galleria d’arte e si mise in piedi davanti a un tavolo. Sul tavolo c’erano 72 oggetti. Rose, piume, miele. E poi lamette, coltelli, catene. Una pistola carica. Sul muro aveva appeso un cartello: potete fare quello che volete su di me, mi assumo io ogni responsabilità. Durò sei ore.
Le prime ore andò bene. Poi qualcosa cambiò. I vestiti furono tagliati con le lamette. La pelle fu ferita. A un certo punto qualcuno le puntò la pistola carica alla tempia (lo fermarono altri visitatori, non lei — lei non si mosse per tutto il tempo). Quando le sei ore finirono e lei ricominciò a muoversi, il pubblico scappò. Non riusciva a guardarla in faccia. Quella gente era malata? Erano stati scelti tra i soggetti più violenti della città? No. Erano visitatori di una galleria d’arte. Gente normalissima. Eppure.
Quello che è successo in quella stanza si spiega con una parola sola: occasione. Non personalità disturbata, non storia di violenza alle spalle, non predisposizione genetica al male. Occasione. Cioè una combinazione di ingredienti che, quando si presentano tutti insieme nello stesso momento, producono qualcosa che nessuno avrebbe previsto, nemmeno le persone che lo stavano facendo, se gliel’avessi chiesto prima di entrare.
Gli ingredienti erano questi. Il cartello aveva tolto la responsabilità (“se lo dice lei che va bene, non sono io il responsabile”). Lei era stata dichiarata un oggetto, non una persona (e quando l’altro smette di essere una persona, i meccanismi cerebrali legati all’empatia si spengono; non è una scelta, è biologia). C’era potere assoluto su un corpo inerte che non avrebbe reagito. E c’era un gruppo intorno che normalizzava quello che stava succedendo.
Quando questi elementi si sommano, il cervello produce dopamina. La dopamina è il neurotrasmettitore della ricompensa, e non aspetta che tu decida se sei d’accordo. Arriva. E mentre arriva, la parte del cervello che ti permette di ragionare e fermarti perde terreno su quella che risponde agli istinti. Il controllo su un corpo indifeso (in quel contesto specifico, e vale la pena dirlo chiaramente: un corpo femminile progressivamente denudato, con la maggior parte degli atti violenti compiuti da uomini) viene processato dal cervello in modo che si sovrappone all’eccitazione. Non è sadismo clinico. È un cortocircuito biologico che quella situazione aveva reso possibile.
Zimbardo, con l’esperimento carcerario di Stanford, ha chiamato tutto questo Effetto Lucifero (studenti universitari sani e stabili trasformati in aguzzini in sei giorni, solo per via del ruolo e del contesto). Il principio è lo stesso: non è la persona, è la situazione.
E qui sta il problema vero. Perché se il male dipende dalla situazione (dall’occasione) allora non ha un volto riconoscibile prima che accada. Non puoi profilarlo. Non puoi sapere chi, tra tutta la gente normale che ti passa vicino ogni giorno, incontrerà quella combinazione precisa di ingredienti. L’omicidio passionale, la violenza che esplode in una lite che poteva finire in cinque minuti, l’abuso che avviene quando nessuno guarda non seguono un piano. Seguono una scarica biochimica che è partita prima che la persona potesse scegliere.
Le campagne di sensibilizzazione servono. La cultura serve. L’educazione serve. Ma nessuna di queste cose riesce ad arrivare dentro il momento in cui quella scarica è già partita. Agiscono sulla parte razionale del cervello, quella che, nell’occasione giusta, viene già messa da parte. È utile dirlo non per rassegnarsi, ma perché continuare a cercare il mostro (l’individuo malvagio, il caso eccezionale, il profilo patologico) significa non vedere quello che Abramović ha dimostrato con sei ore di immobilità in una galleria di Napoli: che il mostro non esiste come categoria separata. Esiste l’occasione. Ed è molto più comune di quanto vogliamo credere.
Quindi cosa facciamo con tutto questo? La risposta onesta è che non c’è una soluzione. Il male ci accompagnerà sempre, perché fa parte della stessa architettura biologica che ci ha permesso di sopravvivere come specie: l’aggressività, il bisogno di dominio. La risposta chimica al potere non sono difetti del sistema, sono il sistema. Ma pensare di poterlo estirpare è un’illusione pericolosa, perché ci fa credere di avere un controllo che non abbiamo e ci distrae dal fare i conti con quello che siamo davvero.
C’è però una cosa che vale la pena dire. Anche in quella stanza a Napoli, qualcuno si è fermato. Qualcuno ha bloccato il braccio con la pistola. Zimbardo, dopo Stanford, ha chiamato queste persone eroi ordinari (non eroi nel senso di qualcuno di speciale, ma gente comune che nel momento decisivo ha tenuto). Il punto è che non sai chi è, finché non arriva l’occasione. Non si riconosce prima, non si misura, non ha un volto diverso dagli altri. Esiste solo nel momento in cui la situazione lo mette alla prova. Il che significa che il male e ciò che si oppone ad esso nascono dallo stesso posto, nelle stesse condizioni, nelle stesse persone normali. E non c’è modo di sapere, in anticipo, cosa verrà fuori.” E il male reiterato? Beh lo affronteremo in una prossima occasione…



