Convertino (AIGI): “La politica dei prestiti-ponte, quando e se arrivano, quando e se dovessero concretizzarsi, rappresenta un palliativo. Ma, i malati gravi come Ilva, non necessitano di cure palliative. Ricercano, semmai, misure draconiane”
Per l’Ilva potrebbe valere, alla perfezione, un vecchio aforisma di Ennio Flaiano: “La situazione è grave, ma non seria”. Nel senso che non si affronta con il rigore necessario, con la giusta responsabilità, la più grande crisi industriale italiana. A far data dal secondo dopoguerra ad oggi. I problemi sul tappeto restano tali e quali, nonostante scorrano mesi e anni. Nonostante si continui a giocare con le nostre vite. Quelle dei lavoratori. Quelle delle imprese dell’indotto. Nonostante non si proceda, dopo promesse vane, all’atto di vendita dello stabilimento. E s’incancreniscano le questioni nel vociare vuoto di una politica che rinvia, sine die, le decisioni risolutive. L’ultimo prestito ponte concesso, un prestito operoso giova ricordare di 149 milioni di euro, maturato dopo lunga e penosa gestazione, risolve poco o niente alla fine. Ridare slancio alla produzione, effettuare i lavori di adeguamento degli impianti, potrà essere fatto soltanto ad una condizione. Immettere nel sito produttivo tarantino ingenti risorse di denaro. La politica dei prestiti-ponte, quando e se arrivano, quando e se dovessero concretizzarsi, rappresenta un palliativo. Ma, i malati gravi come Ilva, non necessitano di cure palliative. Ricercano, semmai, misure draconiane. I 149 milioni di euro, a riprova di quanto sosteniamo, non basteranno a coprire i costi di gestione per i prossimi due mesi. E le imprese dell’indotto avranno difficoltà enormi nel canalizzare ai factoring, ancora una volta, i crediti vantati. Così come rimarranno irrisolte le problematiche dei riconoscimenti delle prededuzioni tardive e gli incagli di crediti ulteriori con Banca Ifis. Non serve essere un esperto di finanza aziendale per capire come, perdurando questo stato di fatto, sia praticamente impossibile andare avanti. Qualcuno, forse, auspica, che altre aziende chiudano? Che altro personale venga messo per strada? Che Taranto sia schiava di ciò che si suole chiamare ‘macelleria sociale’? Se fosse questo il disegno strategico, lo si dica una volta per tutte. Senza celarsi dietro la foglia di fico di un’improvvisazione che rende grave, ma non seria, la travagliata vicenda del siderurgico pugliese.


