di Rosa Elenia Stravato
Dalla rifondazione scenica del Novecento all’esperienza del CREST di Taranto, la ricerca drammaturgica nei territori della marginalità industriale
Nel corso del ventesimo secolo, l’universo teatrale occidentale è stato attraversato da una sequenza di scosse telluriche che ne hanno radicalmente ridisegnato lo statuto epistemologico, estetico e sociale. Il passaggio cruciale dalla rappresentazione mimetica alla pura ricerca espressiva ha ridefinito il palcoscenico non più come luogo del rispecchiamento borghese, ma come spazio di indagine antropologica e di resistenza politica.
Questa traiettoria di rifondazione, che affonda le sue radici nelle avanguardie storiche e si consolida nel secondo Novecento, trova oggi una feconda e necessaria declinazione in contesti di profonda complessità ambientale e culturale, laddove l’arte drammatica si fa presidio territoriale e strumento di emancipazione collettiva.
Le coordinate del teatro di ricerca contemporaneo non possono essere comprese senza fare riferimento alla grande stagione dei maestri della prima metà del Novecento. In questa genealogia, la figura di Jacques Copeau si staglia come un punto di svolta imprescindibile. Con la fondazione del Théâtre du Vieux-Colombier nel 1913, Copeau opera una vera e propria epurazione della scena, introducendo il concetto di “tréteau nu” (il palcoscenico nudo). Contro gli artifici decorativi, i cascami del naturalismo ottocentesco e l’istrionismo degli attori-divi, Copeau impone un rigore ascetico orientato alla centralità del testo, alla coralità dell’organismo scenico e a una pedagogia teatrale che concepisce l’attore come un atleta dello spirito e del corpo.
Questa istanza di autenticità e di denudamento formale è stata rielaborata e radicalizzata dalle sperimentazioni del secondo Novecento. La grande stagione del teatro di ricerca — incarnata da figure carismatiche come Jerzy Grotowski, Eugenio Barba e Peter Brook — ha definitivamente reciso il legame con la convenzione del teatro-edificio e del pubblico-spettatore passivo. Il “teatro povero” grotowskiano e l’antropologia teatrale dell’Odin Teatret hanno trasformato l’atto scenico in un baratto culturale, in un incontro antropologico profondo tra l’attore e lo spettatore. Il teatro non è più un evento mondano o un prodotto di consumo, ma diventa una necessità vitale, un laboratorio permanente di cittadinanza e un rito civile capace di abitare le periferie geografiche ed esistenziali del mondo. È esattamente in questa costellazione teorica e militante che si iscrive l’esperienza del CREST (Collettivo di Ricerche Espressive e Sperimentazione Teatrale), nato a Taranto nel 1977. La parabola di questa compagnia rappresenta un modello esemplare di come i teoremi della ricerca novecentesca possano tradursi in una prassi teatrale concreta, capace di incidere su un tessuto sociale e culturale profondamente ferito. Sotto la guida iniziale di Gianni Solazzo, Mauro Maggioni e Gaetano Colella, e successivamente attraverso lo sguardo organico di Clara Cottino, Giovanni Guarino e Sandra Novellino, il CREST ha edificato un discorso teatrale coerente e innovativo in una terra segnata dalle contraddizioni della grande industria e della marginalità culturale. Il merito intrinseco del collettivo risiede nella capacità di coniugare i linguaggi della tradizione popolare e della memoria orale con le istanze e i codici formali della ricerca contemporanea. Le produzioni del CREST non indulgono mai nel folklore fine a se stesso; al contrario, rielaborano i miti e le narrazioni territoriali attraverso una lente drammaturgica affilata, raccontando vite complicate, sogni ostinati e l’incontro dialettico tra culture e condizioni differenti.
Questa coerenza progettuale ha ottenuto ampi e ripetuti riconoscimenti istituzionali, tra cui l’inserimento, sin dal 1992, nell’elenco delle compagnie d’alto e qualificato livello nel campo del teatro per l’infanzia e la gioventù da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. La traiettoria artistica del CREST si articola attraverso una produzione feconda, capace di intercettare il plauso della critica nazionale pur mantenendo un cordone ombelicale teso con il proprio pubblico d’elezione: i bambini, i ragazzi e i giovani. Il collettivo ha saputo scardinare le barriere tradizionali tra i diversi tipi di pubblico, muovendosi con disinvoltura dalle rassegne per le scuole alle programmazioni serali, dai festival di settore ai cartelloni di ricerca. I numerosi riconoscimenti critici testimoniano il rigore di questa ricerca: finalista al Premio ETI-Stregagatto con lavori cruciali come La neve era bianca (1999), La mattanza (2000) e Cane nero (2001); vincitore del Premio Scenario 2005 con lo spettacolo Il deficiente; pluripremiato al festival “Ti fiabo e ti racconto” di Molfetta, fino ai recenti trionfi con l’Eolo Award 2018 e il Premio Padova per Biancaneve, la vera storia. Nel 2023, l’Associazione Nazionale Critici di Teatro ha suggellato questa militanza estetica conferendo al collettivo il suo prestigioso premio, motivato specificamente dal “particolare impegno nel lavoro in un’area di criticità ambientale”. Tuttavia, il compimento politico e architettonico di questo percorso si realizza il 23 gennaio 2009 quando, dopo trent’anni di feconda attività “senza fissa dimora”, il CREST inaugura l’Auditorium TaTÀ. Situato nel cuore del rione Tamburi — quartiere operaio e popolare per eccellenza, cinto e sovrastato dalle ciminiere ex Ilva (oggi Acciaierie d’Italia) —, il TaTÀ si offre come mille metri quadrati di “teatro da abitare”.
Questo spazio non si configura come un mero contenitore di spettacoli, bensì come un polo d’attrazione transdisciplinare e transnazionale. Il TaTÀ incarna l’idea di un teatro-laboratorio permanentemente aperto, in cui la produzione scenica si fonde organicamente con la formazione, i percorsi di ricerca drammaturgica e i laboratori per le scuole. Esso opera come un dispositivo di mediazione tra il teatro e i linguaggi della pittura, del video, della scrittura, della danza e della musica, traducendo in realtà quell’alleanza tra le arti auspicata dalle avanguardie storiche. Attraverso progetti di ampio respiro, come l’Associazione Temporanea di Scopo con l’associazione culturale “Tra il dire e il fare” all’interno del progetto artistico triennale Heroes (sostenuto dal Patto per la Puglia – FSC 2014/2020), il CREST — forte anche della sua adesione ad Agis e Assitej Italia — dimostra che la residenza artistica può farsi motore di rigenerazione urbana e di valorizzazione delle risorse umane. Il teatro, quindi, viene presentato come necessità civile che auspica ad una catarsi moderna di gruppo. L’esperienza del CREST e la realtà dell’Auditorium TaTÀ dimostrano che la lezione del secondo Novecento non si è esaurita nelle accademie o nei testi teorici, ma pulsa laddove il teatro si fa necessità civile. In un territorio saturo di complessità e contraddizioni come quello tarantino, l’atto teatrale riacquista la sua funzione catartica e terapeutica. Il palcoscenico nudo ereditato da Copeau si riveste qui dei corpi e delle voci di una comunità che rivendica il proprio diritto al sogno, alla bellezza e alla parola critica.
Il CREST non ha semplicemente portato il teatro a Taranto; ha trasformato Taranto in un punto d’osservazione privilegiato sulla condizione umana contemporanea, dimostrando che proprio sotto l’ombra delle ciminiere l’arte drammatica può e deve continuare a generare scintille di futuro.


