di Rosa Elenia Stravato
Dal tramonto della monarchia all’alba di una democrazia incompiuta: il valore del 2 giugno tra eredità partigiana e sfide globali
Il 2 giugno non è una semplice data sul calendario, né soltanto una parata di colori e uniformi lungo i Fori Imperiali. È il punto di rottura tra un “prima” fatto di sudditanza e un “dopo” fondato sulla cittadinanza. È il momento in cui l’Italia, ferita e ridotta in macerie da vent’anni di dittatura e da una guerra rovinosa, decise di smettere di essere un possedimento dinastico per farsi Res publica, cosa di tutti. Non si può comprendere il 1946 senza attraversare il fango e il sangue del 1943-1945. La Repubblica non è nata nel vuoto pneumatico di un’urna elettorale, ma ha le sue radici profonde nella Lotta Partigiana.
La Resistenza è stata l’indispensabile “secondo Risorgimento”: senza il sacrificio dei partigiani e delle partigiane, il referendum non sarebbe stato una conquista, ma una concessione. Come scrisse magistralmente Piero Calamandrei: “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.” Questa lotta ha trasformato un popolo di “italiani brava gente” — spesso complici o indifferenti al fascismo — in un corpo politico consapevole, capace di dire “No” alla monarchia che aveva avallato le leggi razziali e la catastrofe bellica. Il 2 giugno 1946 segnò anche la prima volta del suffragio universale reale. Per la prima volta, le donne italiane entrarono nelle cabine elettorali, non come spettatrici della storia, ma come autrici. Mentre i Padri Costituenti da De Gasperi a Togliatti, da Dossetti a Nenni; tessevano il compromesso alto tra le anime cattolica, socialista e liberale, le 21 Madri Costituenti — tra cui Nilde Iotti, Teresa Noce e Angelina Merlin — portavano nel testo sacro della Repubblica la concretezza dei diritti civili, della parità salariale e della tutela della famiglia.
L’Assemblea Costituente fu un miracolo di intelligenza politica: persone che si erano combattute o che avevano visioni del mondo opposte sedettero insieme per scrivere regole che potessero valere per tutti. Il risultato fu una Costituzione che non è solo una legge, ma un programma politico ancora in gran parte da attuare. Oggi, celebrare il 2 giugno richiede un esercizio di onestà intellettuale. La democrazia non è un bene acquisito una volta per tutte, ma un processo fragile che richiede manutenzione costante. Capire il valore della democrazia non significa semplicemente studiare un sistema di governo, ma comprendere l’architettura che permette la convivenza civile, la tutela delle minoranze e l’esercizio della libertà individuale. In un’epoca segnata da una forte disaffezione politica e da spinte autoritarie globali, riflettere su questo concetto è un atto di resistenza civile.
Nell’attualità, l’urgenza della democrazia si scontra con:l’astensionismo crescente e con la disinformazione. Una democrazia dove metà della popolazione non vota è una repubblica che sta perdendo il suo battito cardiaco. A ciò si aggiunga la polarizzazione estrema. Quando il dialogo tra diversi — quello che permise ai Costituenti di collaborare — viene sostituito dall’insulto, la base repubblicana trema. Non possiamo escludere nemmeno le nuove minacce globali poiché tra disinformazione tecnologica e venti di guerra ai confini dell’Europa, lo spirito pacifista dell’Articolo 11 appare più attuale e, al contempo, più sfidato che mai. Va ricordato che, a differenza di altri regimi, la democrazia si fonda sulla separazione dei poteri. Questo sistema di checks and balances – pesi e contrappesi- impedisce che la volontà della maggioranza si trasformi in “tirannia della maggioranza”.
Comprendere la democrazia significa capire che il potere non è mai assoluto, ma è sempre soggetto alla legge e al controllo dei cittadini.In una democrazia, il conflitto non è un segno di debolezza, ma di salute. La possibilità di criticare il governo, di manifestare e di proporre alternative è ciò che permette alla società di evolversi senza ricorrere alla violenza. Il pluralismo garantisce che nessuna verità sia imposta dall’alto, ma che ogni decisione sia il frutto di una negoziazione continua. Come affermava Matteotti: ”La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.” Mentre i regimi autocratici subordinano l’individuo allo Stato o a un’ideologia, la democrazia pone la persona al centro. I diritti fondamentali — libertà di parola, di culto, di associazione — sono inalienabili e non possono essere revocati nemmeno da una larga maggioranza parlamentare.
Questo è il “cuore pulsante” della democrazia liberale: proteggere chiunque, specialmente chi è in minoranza o in condizione di fragilità. Comprendere il valore della democrazia significa vederla come un cantiere sempre aperto. Non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un equilibrio dinamico che richiede vigilanza. Ogni volta che rinunciamo a informarci o a partecipare, lasciamo che qualcun altro decida per noi, erodendo quel patrimonio di libertà che è costato decenni di lotte e sacrifici. Il 2 giugno non deve essere un rito stanco di retorica. Dev’essere il giorno della “scelta” quotidiana. Essere repubblicani oggi significa difendere la sanità pubblica, l’istruzione, l’ambiente e la dignità del lavoro. Significa ricordare che la Repubblica non è un palazzo a Roma, ma è il legame che unisce ogni cittadino all’altro. La scommessa del 1946 è ancora aperta. Sta a noi decidere se essere sudditi del presente o costruttori, come chi ci ha preceduto, di un futuro possibile.
Oggi, celebrare il 2 giugno richiede un esercizio di onestà intellettuale. Non deve essere un rito stanco di retorica; dev’essere il giorno della “scelta” quotidiana. Essere repubblicani significa difendere la sanità pubblica, l’istruzione, l’ambiente e la dignità del lavoro.
Significa ricordare che la Repubblica non è un palazzo a Roma, ma è il legame che unisce ogni cittadino all’altro. La scommessa del 1946 è ancora aperta. Sta a noi decidere se essere sudditi del presente o costruttori, come chi ci ha preceduto, di un futuro possibile.


