Taranto non ha un assessore comunale alla Cultura, unico caso in Italia tra i grandi capoluoghi di provincia, ma celebra gli stati generali della cultura. Che strana città. Che popolo originale. Preferiamo creare chilometrici gruppi WhatsApp, lenzuolate di messaggi, invece che leggere Fernand Braudel
Che strana città, Taranto. Celebra gli Stati generali della cultura non avendo un assessore comunale alla Cultura. E’ un po’ come se, qualcuno, volesse partecipare ad una gara automobilistica ma fosse sprovvisto dell’auto. Andare all’Oktoberfest e chiedere un calice di vino. Dotarsi di una politica culturale, nella municipalità relegata all’ultimo posto in Italia per quel che concerne i servizi, le opportunità fornite alla popolazione giovanile, richiede dell’altro. Una precisa strategia. Un’idea forte con la quale misurasi. No chilometrici gruppi WhatsApp creati dalla sera al mattino con dentro la qualunque. Non serve la quantità; servirebbe, semmai, la qualità. Il processo non disgiunto dal progetto. Ma, per quel che concerne questi aspetti, le note dolenti sopravanzano quelle lieti.
Taranto, per dirla con le parole di Fernand Braudel, è mediterranea oppure non è. Cosa significa tutto questo? Che la città deve pensarsi, organizzarsi, ragionare come una grande capitale che attraversa le onde della storia. Le arti. La letteratura. La musica. L’architettura. La scienza. Il sapere universitario. Tutto deve potersi collegare – e intrecciare – mediante questo filo identitario. Le comunità di destino, come le chiamava Edgar Morin, hanno questo di speciale. Di unico. Fissano il presente avendo di fronte, in egual misura, passato e futuro. Il passato delle proprie origini. Il futuro di un racconto altro, in divenire. Della città magno-greca che fummo abbiamo dilapidato il “magna”, la grandezza, una certa magniloquenza classica, e disperso il “greco”. Inteso come vocazione al pensiero armonioso. All’equilibrio virtuoso. Quello di Archita. Quello di Falanto.
Le estati generali della cultura, nella citta che non annovera un assessore comunale alla Cultura, unico caso in Italia tra i grandi capoluoghi di provincia, rischia di rivelarsi uno spot commerciale. Una sorta di adunata informe. La messaggistica di WhatsApp. Con il protagonismo dei più a perpetrare l’inerzia di sempre. Senza la cultura, e la relativa libertà, la società rischia di trasformarsi in una giungla. Credo lo dicesse Albert Camus…


