Il voto alle Provinciali consegna un verdetto che al di là del seggio mancato, interroga il peso reale delle candidature civiche. Tra promossi e bocciati, il consigliere comunale Tartaglia incassa un risultato deludente, ma che ci parla di radicamento politico
Le elezioni provinciali di Taranto hanno consegnato al centrosinistra una larga affermazione e un nuovo consiglio provinciale a trazione progressista. Tra “grandezza” e decadenza si sono misurate le ambizioni con i consensi. Tra i risultati che meritano una riflessione particolare, uno dei più significativi è quello maturato nella competizione tra i candidati civici. Protagonista, suo malgrado, Gianni Tartaglia, consigliere comunale di Taranto, la cui mancata elezione va analizzata.
L’esito assume un certo peso politico perché giunge all’indomani di una candidatura considerata (per lo meno dallo stesso consigliere) tra le più accreditate e il seggio in Provincia approdo pressoché scontato. Il responso delle urne ha smentito i pronostici più “ottimistici”, senza però contraddire le valutazioni di chi, da tempo, ne osservava il percorso politico con maggiore realismo.
In Consiglio comunale, infatti, il profilo è rimasto modesto confinato in un cono d’ombra, in bradicardia patologica. Non lascia segni tangibili Tartaglia, nè aggancia battaglie etiche o civiche destinate ad incidere concretamente sull’agenda amministrativa. Una presenza insomma, che fatichiamo a ricordare.
Paradossalmente, tra i pochi atti politici registrabili, figura una vicenda nata dal solito afflato “fate bene fratelli” e trasformatasi in un discreto ginepraio che ha finito per adombrarne le premesse, mettendone a nudo le contraddizioni. Durante il confronto politico sulla crisi di Gaza, in aula consiliare, l’esponente politico legò infatti, il proprio nome a posizioni che garantivano da un lato solidarietà al popolo palestinese, ma di fatto inconcludenti, perché volutamente neutrali sul piano economico. Per ragioni di ecumenismo e di quel pacifismo utile solo ai sopraffattori, che Gramsci avrebbe di certo apprezzato.
Il voto provinciale dunque, sembra aver ratificato ciò che in parte appariva evidente. Al netto delle scelte operate nella sede provinciale, le cui ragioni degli eletti (tra passaggi e ri-passaggi da sponde avverse pur di accaparrarsi seggi) sono decifrabili quanto il teorema di Gödel, resta il dato che ha voluto esautorato il consigliere.
Una sproporzione tra aspettative e radicamento. Malgrado gli apparentamenti e le cuginanze politiche garantissero campi larghi di opportunità e probabilità, i consensi non sono mai dote acquisita, ma più spesso la sintesi di presenza costante nei territori (e nelle istituzioni), e tracce profonde fatte di atti amministrativi autentici, meno nei passaggi dei breviari. O per lo meno così dovrebbe essere.
A margine poi, iniziano a circolare voci di possibili ricadute in direzioni diverse. Si parla infatti dell’ipotesi, caldeggiata dallo stesso consigliere, all’indomani dell’infelicità dei numeri, di abbandonare alcuni incarichi a Palazzo di Città (attualmente è Presidente nella IV Commissione Servizi consiliare permanente, con competenze su Servizi). Un ammutinamento più di sentimento, che di pentimento. Trattasi ovvio di indiscrezioni, ma sufficienti a tratteggiare un certo clima cupo che ha accompagnato un post-elezioni triste.
La bocciatura di Tartaglia non altera gli equilibri della Provincia, che non avrebbero verosimilmente subito variazioni nemmeno in caso di elezione. Il risultato consegna invece un elemento politico più netto, una candidatura rimasta sullo sfondo, impalpabile, impercettibile, che il voto non ha ridimensionato, ma ne ha solo certificato la dimensione. Più che un arretramento, una localizzazione. La politica, qualche volta, ha il pregio della sincerità.


