Lo stadio sarà riconsegnato completamente ristrutturato grazie a un investimento pubblico di circa 70 milioni di euro, finanziato nell’ambito dei Giochi del Mediterraneo. Una circostanza che modifica profondamente l’impostazione originaria del project financing immaginato dai Ladisa. Se l’infrastruttura viene già realizzata integralmente con risorse pubbliche, viene inevitabilmente meno uno degli elementi essenziali che normalmente caratterizzano un’operazione di partenariato, ossia la partecipazione del privato alla realizzazione dell’opera
Il futuro del Taranto non si decide in panchina. Si decide sullo Iacovone
C’è un equivoco che, da settimane, accompagna il dibattito sul futuro del calcio tarantino. Si discute del nuovo allenatore, del direttore sportivo, dei calciatori da ingaggiare, della squadra che dovrà dominare il prossimo campionato. È il normale esercizio estivo di ogni piazza calcistica. Ma, almeno questa volta, si rischia di guardare il dito anziché la luna. Perché il vero nodo del futuro del Taranto non è tecnico, ma economico. E, soprattutto, istituzionale.
Da circa sei mesi i fratelli Ladisa hanno formalizzato al Comune di Taranto una manifestazione d’interesse finalizzata ad ottenere la concessione pluriennale e in uso esclusivo dello stadio “Erasmo Iacovone”, immaginando contestualmente un percorso di partenariato pubblico/privato che avrebbe dovuto costituire il pilastro del progetto di rinascita del calcio cittadino. Nel frattempo, però, lo scenario è radicalmente cambiato.
Lo stadio sarà riconsegnato completamente ristrutturato grazie a un investimento pubblico di circa 70 milioni di euro, finanziato nell’ambito dei Giochi del Mediterraneo. Una circostanza che modifica profondamente l’impostazione originaria del project financing immaginato dai Ladisa. Se l’infrastruttura viene già realizzata integralmente con risorse pubbliche, viene inevitabilmente meno uno degli elementi essenziali che normalmente caratterizzano un’operazione di partenariato, ossia la partecipazione del privato alla realizzazione dell’opera.
Non significa che una concessione di gestione non sia possibile. Significa, semplicemente, che il quadro è cambiato. Ed è proprio qui che emerge il nodo.
I Ladisa sono stati estremamente chiari. Senza la disponibilità dello stadio e senza una concessione stabile e duratura non intendono proseguire nel progetto di rilancio del calcio tarantino.
Una posizione che qualcuno potrebbe interpretare, frettolosamente, come un ultimatum. In realtà, appare molto più vicina ad una valutazione imprenditoriale che ad una pressione politica.
Il calcio italiano, dalla Serie C in giù, è strutturalmente in perdita. I bilanci raccontano una realtà impietosa. Decine di società sopravvivono grazie ai continui ripianamenti dei proprietari; altre scompaiono ogni estate. Lo stesso campionato appena concluso è costato, ai Ladisa, circa un milione e mezzo di euro. Il piano industriale ipotizzato per riportare il Taranto ai livelli che la città merita, con l’obiettivo di avvicinare la Serie B, richiederebbe investimenti stimati tra i dodici e i quattordici milioni di euro (se non di più).
Pensare di sostenere simili costi facendo affidamento esclusivamente sugli incassi delle partite e sulle sponsorizzazioni significherebbe ignorare l’evoluzione del calcio moderno. Oggi uno stadio non è più soltanto il luogo dove si gioca la partita della domenica. È un centro di produzione di ricavi.
Hospitality, ristorazione, aree commerciali, eventi, spazi polifunzionali, museo, merchandising, iniziative aziendali. È questo il modello sul quale si fondano ormai tutte le società che intendono costruire la sostenibilità economica.
È precisamente questo il ragionamento dei Ladisa. Ed è difficile contestarne la logica. Esiste però un’altra faccia della medaglia.
Il Comune di Taranto, come ammesso pubblicamente dall’assessore Cataldino, versa in una situazione finanziaria che non gli consentirebbe di partecipare economicamente ad operazioni di partenariato. Una dichiarazione che, probabilmente, ha avuto minore eco di quanto meritasse, ma che fotografa, con estrema chiarezza, il quadro attuale.
L’Amministrazione si trova oggi in una posizione complessa. Da un lato non può garantire ai Ladisa l’affidamento dello stadio. Né potrebbe farlo, anche volendo. La manifestazione d’interesse presentata mesi fa non attribuisce alcun diritto di prelazione, né alcun privilegio giuridicamente riconosciuto. Qualunque futura concessione dovrà inevitabilmente rispettare i principi di evidenza pubblica, consentendo ad altri eventuali operatori economici di partecipare alla procedura.
Dall’altro lato, lo stesso Comune difficilmente potrà gestire direttamente gli impianti sportivi realizzati o riqualificati per i Giochi del Mediterraneo. I costi di gestione saranno rilevanti e, in assenza di adeguate disponibilità finanziarie, la strada della concessione a soggetti privati appare pressoché inevitabile.
È questo il punto sul quale, forse, si sta giocando il destino del calcio tarantino. Non la scelta del tecnico. Non quella del direttore sportivo. Non i primi acquisti di mercato. Tutto questo verrà dopo. Prima bisogna capire chi gestirà lo Iacovone ed a quali condizioni.
Perché, se davvero la gestione dello stadio costituisce il presupposto imprescindibile del piano industriale dei Ladisa, è evidente che l’intero progetto sportivo resta inevitabilmente sospeso fino a quando tale questione non troverà una soluzione certa.
I tifosi, comprensibilmente, attendono nomi, annunci e presentazioni. Ma la realtà, molto meno romantica, racconta un’altra storia. Il calcio moderno vive di sostenibilità economica prima ancora che di risultati sportivi.
Senza uno stadio capace di produrre ricavi, anche il più ambizioso dei progetti rischia di trasformarsi in un esercizio di pura generosità finanziaria. E la storia recente, del calcio italiano, insegna che la generosità, prima o poi, si esaurisce.
Per questo il celebre slogan “No stadio, no party”, pronunciato dai Ladisa, non dovrebbe essere liquidato come una battuta ad effetto. È piuttosto la sintesi di una visione imprenditoriale che lega la sopravvivenza del progetto alla sua sostenibilità economica.
Anche a Palazzo di Città il tempo delle riflessioni sembra avviarsi alla conclusione. Lasciare questa vicenda in una prolungata zona grigia significherebbe alimentare un’incertezza che non giova a nessuno: né agli investitori, né ai tifosi, né alla città.
Il rischio, infatti, non è quello di ritardare l’annuncio del nuovo allenatore. Il rischio è ben più grande. È quello di compromettere, prima ancora che abbia realmente inizio, il progetto di rinascita del calcio tarantino.
E allora, forse, la domanda che oggi tutta la città dovrebbe porsi non è chi siederà sulla panchina del Taranto. E la risposta è molto semplice.
Prima lo stadio. Poi la squadra. È questa, piaccia o no, la vera partita che si sta giocando a Taranto. E sarà quella destinata a decidere il futuro del calcio rossoblù.


