Nella città che ha pagato il prezzo delle narrazioni imposte, la libertà di critica resta il vero banco di prova del rapporto tra istituzioni e cittadini. La politica deve accettarlo
Sussiste un equivoco antico, eppure ciclicamente riproposto, che avvelena la grammatica dei rapporti tra politica e informazione. L’illusione che il dovere del giornalismo sia quello di validare l’azione di governo, di certificarne gli sforzi, di scortarla benevolmente verso l’opinione pubblica. Una visione consolatoria per chi esercita il potere, ma incompatibile con l’architettura della democrazia.
Il rapporto tra informazione, così come per i medesimi avamposti liberali di controllo, verifica o critica, e istituzioni, è da sempre conflittuale, difficile. D’altro canto perché sia a garanzia e tutela non ci aspetteremmo che fosse diverso da così. Non é da ricomprendersi ufficio stampa sciolto nei territori dove il consenso viene amministrato e redistribuito. La sua funzione, la sua sola legittimità, risiede nella capacità di abitare lo spazio del dubbio, (di esserne promotore talvolta).
Una verità non facile da digerire perchè insiste nel voler scardinare narrazioni ambigue o semplicemente parziali, e sanare cortocircuiti fisiologici tra amministrazione pubblica e cittadini, interessi privati e collettivi. Chi governa dovrebbe acquisire questa consapevolezza (amara ma necessaria), evitando di muoversi con la sicumera di chi ritiene di non dover più rispondere a nessuno.
La capillare attività dell’informazione di farsi scudo ma anche braccio, difendere e qualche volta “offendere”, così come i presupposti di trasparenza dei processi decisionali, la libertà nell’esercizio di una lettura critica e un certo coraggio, misurano l’azione giornalistica, anzi la pesano. La stampa vive nella tensione della domanda, dell’indagine, meno nella complicità della tutela, lì avvizzisce o si adultera.
Il crinale che separa un’amministrazione pubblica dai media non può essere regolato dal codice della simpatia o del mutuo soccorso, ma da un rigoroso rispetto dei ruoli. “Io qui, tu lì”. Nessuna sovrapposizione consentita, men che meno commistioni che mutuino una funzione sintetizzandola nell’altra. Un sindaco e il suo esecutivo, in particolare, (così come qualsiasi leader politico a cui sia affidato un ruolo amministrativo), possono rivendicare scelte, ribadire posizioni e reiterare parole, confutando persino letture considerate ingiuste o poco in asse con la propria realtà amministrativa (dati alla mano ndr), ma non travalicare quel confine fragile, vulnerabile ma mai labile che separa i due poteri.
Non è ammissibile la pretesa che il dissenso venga rubricato come anomalia patologica. E di certo ai giornali e ai giornalisti non è chiesta l’infallibilità, né può essere garantita, e laddove inciampi nel pregiudizio o nell’errore, questi hanno il dovere di porre correttivi e ricalibrare, talvolta lungo il cammino. Ma illuminare angoli ciechi implica accollarsi rischi, irritando forse chi preferirebbe lasciare tutto nell’ombra, ed operare riconquistando costantemente fette di autonomia, senza visti di conformità.
Resistere alla tentazione di diventare specchi autoassolventi, mentre ci muoviamo con cautela, ma decisi. Se il principio dovrebbe essere sistema, a Taranto diventa dogma. Una città che ha rivendicato con dolore porzioni di libertà, slegate da logiche utilitaristiche, laddove il principio “magna e futti”, si è imposto troppo a lungo e trasversalmente.
Quando il dialogo tra istituzioni e cronaca si irrigidisce nella dicotomia tra fedeltà e inimicizia, lo spazio pubblico si impoverisce drammaticamente. La politica autorevole non teme la critica e deve rispondere nel merito, reggendo l’urto, il contraccolpo. Altrimenti è risacca debole e ammettiamolo, piagnucolosa. Non affidiamo al Palazzo lo statuto della critica, mentre costruiamo le nostre scomode regole. Come scriveva Longanesi: “Il potere che non sopporta domande, di solito, ha già cominciato a dare risposte sbagliate“.



