Il prossimo campionato di Eccellenza prenderà il via il 30 agosto. Ad oggi il Taranto non ha ancora comunicato ufficialmente la sede del ritiro precampionato, la data di inizio della preparazione, lo staff tecnico definitivo né tantomeno ha formalizzato, nero su bianco, operazioni di mercato significative. Le voci abbondano. I contratti, molto meno
Ci sono società che trasmettono certezze anche nei momenti più difficili. E poi c’è il Taranto dei fratelli Ladisa, una realtà che, a poche settimane dalla dolorosa mancata promozione in Serie D, continua a vivere sospesa tra annunci, silenzi, indiscrezioni pilotate e un immobilismo che alimenta soltanto interrogativi.
Per comprendere l’attuale situazione bisogna riavvolgere il nastro. Alla vigilia della decisiva sfida spareggio contro il Gladiator, Sebastiano Ladisa pronunciò parole che suonarono come un vero e proprio ultimatum: lo stadio Erasmo Iacovone in gestione esclusiva oppure l’addio. Una posizione ribadita pochi giorni dopo attraverso una PEC inviata al Comune di Taranto, nella quale si chiedeva una risposta in tempi rapidi per consentire alla società di accedere ai benefici della ZES. Due passaggi diversi nella forma, ma perfettamente coincidenti nella sostanza: il futuro del Taranto veniva subordinato all’affidamento dell’impianto sportivo.
Poi il campo ha parlato. E lo ha fatto nel modo peggiore. Il Taranto ha perso la Serie D, fallendo l’obiettivo per il quale era stata costruita una squadra economicamente importante. Da quel momento sono trascorse circa due settimane e, anziché assistere alla ripartenza della programmazione, si è entrati in una fase di assoluta paralisi.
La ragione è semplice. L’Amministrazione comunale non può decidere con la rapidità invocata dai Ladisa. Non per mancanza di volontà politica, ma perché esistono evidenti ostacoli giuridici e amministrativi che impediscono di assumere decisioni immediate.
La manifestazione d’interesse presentata mesi fa dalla famiglia Ladisa non attribuisce alcun diritto di prelazione né tantomeno alcun privilegio. Lo Iacovone è un’infrastruttura pubblica oggetto di una profonda ristrutturazione finanziata con denaro pubblico. Proprio per questa ragione il percorso amministrativo deve necessariamente rispettare procedure, vincoli normativi e principi di trasparenza che mal si conciliano con la pretesa di una gestione esclusiva in tempi brevi.
Anche l’ipotesi del project financing, evocata con troppa superficialità, appare oggi non praticabile nelle condizioni attuali. È un dato di fatto. Eppure quella fretta manifestata fino a poche settimane fa sembra improvvisamente essersi dissolta.
Nel frattempo si susseguono incontri a Palazzo di Città che, per quanto trapela, producono ben pochi contenuti concreti. Attorno al Taranto, invece, continua a prosperare un flusso costante di indiscrezioni su presunte operazioni di mercato, trattative, firme imminenti e strategie che vengono fatte filtrare a una ristretta cerchia di organi di informazione. Un chiacchiericcio continuo che alimenta aspettative, ma che, allo stato attuale, non trova alcun riscontro ufficiale. Perché la realtà racconta altro.
Il prossimo campionato di Eccellenza prenderà il via il 30 agosto. Ad oggi il Taranto non ha ancora comunicato ufficialmente la sede del ritiro precampionato, la data di inizio della preparazione, lo staff tecnico definitivo né tantomeno ha formalizzato, nero su bianco, operazioni di mercato significative. Le voci abbondano. I contratti, molto meno.
Anzi, enfatizzare quotidianamente ogni presunta trattativa rischia ormai di produrre l’effetto contrario: trasformare la comunicazione societaria in un esercizio stantio, ripetitivo e poco credibile.
In questo quadro si inserisce un altro episodio che lascia profondamente perplessi.
Il comportamento del direttore sportivo Danilo Pagni nei confronti di Ciro Danucci rappresenta probabilmente uno dei momenti più discutibili della gestione sportiva della società.
Al di là delle forme utilizzate, il tecnico è stato di fatto scaricato in maniera poco ortodossa, quasi che le responsabilità del fallimento sportivo dovessero ricadere prevalentemente sulle sue spalle.
Una ricostruzione che appare ingenerosa e, soprattutto, poco aderente ai fatti. Vale la pena ricordare che fu proprio la società ad esonerare Danucci quando il Taranto accusava appena quattro punti di ritardo dalla vetta. Una decisione che già allora suscitò numerose perplessità. Il successivo ritorno dello stesso allenatore rappresentò, di fatto, l’ammissione implicita di un errore. Nel frattempo, però, il danno era stato prodotto.
La gestione tecnica affidata a Panarelli e la campagna trasferimenti invernale costruita sotto la supervisione di Pagni non solo non migliorarono la situazione, ma contribuirono ad allargare il distacco fino a dieci punti dalla zona promozione. Una squadra indebolita, risultati mediocri e un progetto tecnico completamente smarrito.
Risulta quindi difficile attribuire a Danucci il peso principale di una stagione nata sotto ben altre premesse e compromessa da scelte societarie che, con il senno di poi, si sono rivelate profondamente sbagliate.
Ancora più significativo, al proposito, è il silenzio della società. Nessun comunicato. Nessuna presa di posizione.
Nemmeno poche righe per spiegare ai tifosi la valutazione ufficiale sull’operato dell’allenatore, prima esonerato, poi richiamato e infine lasciato solo ad assorbire le conseguenze di un fallimento che affonda le proprie radici ben oltre la guida tecnica.
Anche questo racconta molto del modo in cui viene gestita la comunicazione all’interno del Taranto. Per tentare di riportare entusiasmo nell’ambiente, nelle ultime settimane è stata fatta circolare anche l’ipotesi di un possibile ripescaggio in Serie D. Ma, almeno ad oggi, appare più una suggestione destinata ad alimentare pericolose speranze che uno scenario concretamente perseguibile.
Il vero problema del Taranto, infatti, non è né amministrativo né giuridico. È economico. Ed è strategico. Il messaggio che emerge, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è uno solo.
“No stadio, no party.” I fratelli Ladisa non sono arrivati a Taranto per fare beneficenza né per sostenere, per cinque o sei anni, investimenti milionari senza una prospettiva industriale capace di produrre ritorni economici. È una posizione perfettamente comprensibile sotto il profilo imprenditoriale. Molto meno lo sarebbe se si cercasse di rappresentarla come un gesto esclusivamente dettato dall’amore verso i colori rossoblù.
L’interesse per la gestione dello Iacovone costituisce il cuore dell’intera operazione. Senza quello, cambia completamente la sostenibilità del progetto.
Proprio per questo motivo, pubblicamente, i Ladisa continuano a manifestare disponibilità al dialogo e volontà di trovare un’intesa con Palazzo di Città. È una strategia comunicativa legittima, ma che lascia trasparire anche un altro messaggio: se non arriverà la soluzione auspicata, sarà il contesto ad averli costretti a lasciare.
In realtà, se l’accordo non dovesse concretizzarsi, appare naturale immaginare che le strade possano separarsi. Esiste inoltre un ulteriore elemento troppo spesso trascurato. La situazione finanziaria del Comune di Taranto.
Anche qualora esistesse una volontà politica favorevole, la normativa e le condizioni di bilancio dell’Ente limitano fortemente la possibilità di sostenere economicamente formule di gestione condivisa dell’impianto. Anche questo rende il percorso molto più lungo e complesso di quanto qualcuno vorrebbe far credere.
E c’è un precedente che merita di essere ricordato. A Monopoli, anni fa, la famiglia Ladisa si trovò davanti a una situazione simile. Anche in quel caso la richiesta di ottenere la gestione dello stadio non trovò accoglimento da parte dell’Amministrazione comunale e la conseguenza fu drastica: venne scelta la strada della mancata iscrizione della squadra al campionato di Serie C.
Le analogie con quanto sta accadendo oggi a Taranto non possono essere ignorate. Naturalmente ogni vicenda possiede caratteristiche proprie e nessuno può affermare che la storia sia destinata a ripetersi. Ma i precedenti, nel calcio come nella vita, aiutano a comprendere meglio le strategie di chi si ha di fronte.
È per questo che anche Danilo Pagni dovrebbe probabilmente farsene una ragione. La questione decisiva non riguarda il mercato, né gli allenatori, né i possibili ripescaggi. Riguarda esclusivamente lo stadio. E la decisione sul futuro dello Iacovone, sia essa orientata verso una gestione esclusiva oppure verso forme di partenariato pubblico-privato, andrà ben oltre l’inizio del prossimo campionato.
La domanda, allora, diventa inevitabile. I fratelli Ladisa avranno davvero la pazienza di aspettare? Oppure il “no stadio, no party” pronunciato tra le righe nelle settimane scorse finirà per trasformarsi nella fotografia più fedele di questa breve e tormentata esperienza calcistica?


