Vince la Spagna il derby mondiale della Penisola iberica. Calcio scolastico. Tecnico, ma scontato. Forse il più brutto ottavo di questa edizione. L’ultima partita ad una grande competizione di CR7
Portogallo Spagna zero a uno. Ci sono partite che si ricordano per quello che accade. Altre per quello che non accade. Portogallo-Spagna appartiene senza esitazione alla seconda categoria.
Novanta minuti, più recupero, trascorsi nel rispetto quasi ossessivo delle distanze, del possesso, dell’equilibrio. Due squadre così attente a non concedere nulla da rinunciare, quasi inconsapevolmente, a cercare qualcosa. È stata una partita giocata soprattutto nella testa, molto meno nei piedi.
Il possesso è diventato spesso un esercizio di conservazione, una lunga ragnatela di passaggi costruita da Vitinha da una parte e Rodri dall’altra. Ordinati, precisi, autorevoli, ma senza che quel dominio del pallone producesse un vero vantaggio. Le corsie laterali, normalmente il luogo dove il calcio moderno accelera e rompe gli equilibri, sono rimaste quasi deserte.
Anche i protagonisti più attesi sono rimasti prigionieri della partita. Lamine Yamal ha cercato qualche accelerazione delle sue, un paio di strappi che si sono spenti prima ancora di diventare pericolosi. Cristiano Ronaldo ha corso molto, si è mosso continuamente per offrire soluzioni ai compagni, ma è stato ingabbiato dalla difesa spagnola senza mai riuscire a lasciare il segno. Quando i giocatori migliori vengono neutralizzati, spesso significa che gli allenatori hanno preparato bene la gara. Ma significa anche che lo spettacolo inevitabilmente ne risente.
I portieri sono rimasti spettatori privilegiati. Nessun intervento realmente difficile, nessuna parata destinata a entrare negli highlights del torneo.
La partita si è decisa su uno degli episodi più banali della serata. Una punizione innocua battuta rapidamente a centrocampo sorprende la retroguardia portoghese. L’ingresso di Ferran Torres si rivela determinante: il suo movimento libera Merino davanti al portiere e la conclusione è impeccabile. Basta quell’unica distrazione per indirizzare una gara nella quale ogni errore pesava come un macigno.
La Spagna conquista così i quarti di finale con il minimo indispensabile. Lo fa con la sua organizzazione, con la qualità del palleggio e con una pazienza che, stavolta, ha prevalso sul talento individuale.
Resta però la sensazione di aver assistito alla partita meno brillante degli ottavi di finale. È mancata l’invenzione, è mancato il coraggio di rompere gli schemi, è mancata soprattutto quella scintilla che ci si aspettava dai campioni chiamati a illuminare la serata.
Fuori dal campo, intanto, continua a far discutere la crescente confusione tra calcio e politica. L’intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, affiancato dal presidente FIFA Gianni Infantino, nella vicenda che ha portato all’annullamento della squalifica di Balogun, scatenando le proteste del Belgio, riapre un tema che il calcio dovrebbe evitare: le decisioni sportive devono restare patrimonio delle regole, non della pressione politica. Perché quando il potere entra negli spogliatoi, il rischio è che il pallone diventi il dettaglio meno importante.
Il pallone che, alla fine, racconta sempre la verità. Basta avere la pazienza di ascoltarlo.


