Gli iberici sono i primi finalisti del Mondiale e, soprattutto, sono la squadra che più di ogni altra ha dato la sensazione di meritarsi questo traguardo. Ha battuto la Francia con un’autorità persino superiore a quanto racconti il risultato, facendo apparire normale ciò che normale non è: dominare una nazionale che alla vigilia era indicata da molti come la favorita per il titolo
La Spagna insegna calcio, la Francia si arrende. E ora la finale aspetta la sua regina. Gli iberici sono i primi finalisti del Mondiale e, soprattutto, sono la squadra che più di ogni altra ha dato la sensazione di meritarsi questo traguardo. Ha battuto la Francia con un’autorità persino superiore a quanto racconti il risultato, facendo apparire normale ciò che normale non è: dominare una nazionale che alla vigilia era indicata da molti come la favorita per il titolo.
È il successo di un’idea di calcio prima ancora che di una generazione di talenti. Luis de la Fuente ha costruito una squadra che sa fare tutto: sa aspettare, sa comandare il possesso, sa colpire negli spazi e, quando serve, sa anche soffrire senza perdere ordine. È una nazionale completa, probabilmente la più completa del torneo.
Dietro c’è la sicurezza di Unai Simón, portiere che trasmette tranquillità a tutto il reparto. In difesa spicca la personalità di Marc Cucurella, tecnico, combattivo, sempre dentro la partita. Davanti alla retroguardia agisce Rodri, il vero cervello della Spagna, l’uomo che detta il ritmo e dà un senso a ogni possesso. Al suo fianco Fabian Ruiz, cresciuto definitivamente dopo l’esperienza italiana a Napoli, interpreta il centrocampo con qualità e intelligenza, risultando spesso superiore ai diretti avversari francesi.
Davanti, poi, c’è un patrimonio che appartiene ormai al calcio mondiale. Lamine Yamal continua a stupire per naturalezza e personalità, mentre Mikel Oyarzabal offre peso offensivo, movimenti continui e quella concretezza che spesso distingue i grandi attaccanti. E la forza della Spagna sta anche nella profondità della rosa: quando Luis de la Fuente inserisce Merino e Ferran Torres, il livello non si abbassa. Semmai cresce ancora l’intensità della squadra.
La Francia, al contrario, è sembrata una nazionale lontana dalla sua migliore versione. Didier Deschamps non è riuscito a trovare contromisure né durante la gara né attraverso i cambi. Il centrocampo francese ha sofferto la superiorità tecnica degli spagnoli, mentre davanti è mancata quella capacità di creare superiorità individuale che tante volte aveva risolto le partite.
Nemmeno Kylian Mbappé è riuscito a cambiare il destino della semifinale. Ha corso, si è sacrificato, ha cercato la giocata decisiva, ma non è mai riuscito a trovare lo spazio per mettere realmente in difficoltà Unai Simón. È curioso il destino del fuoriclasse francese: uno dei migliori giocatori della sua generazione che continua però a vedere sfuggire i grandi appuntamenti. Non è riuscito a conquistare la Champions League né con il Paris Saint-Germain né, finora, con il Real Madrid e da capitano della Francia continua a inseguire quel Mondiale che sembrava quasi scritto nel suo destino.
L’episodio che indirizza definitivamente la gara arriva con l’ingenuità di Lucas Digne. Il suo fallo su Yamal concede alla Spagna un calcio di rigore che Oyarzabal trasforma con freddezza, rompendo un equilibrio che la Francia non riuscirà più a ricostruire. Da quel momento la partita prende definitivamente il colore rosso della Spagna. Rodri e Fabian Ruiz monopolizzano il centrocampo, fanno girare il pallone con una naturalezza quasi disarmante e costringono i francesi a rincorrere più le idee che gli uomini.
La reazione dei “Bleus” nella ripresa resta generosa ma sterile. Più possesso che pericolo, più volontà che qualità. La Spagna controlla senza mai perdere lucidità e conquista una finale che appare la logica conclusione di un percorso costruito con continuità e bellezza.
Ora gli spagnoli attendono di conoscere l’avversaria tra Argentina e Inghilterra, una semifinale che va oltre il semplice valore tecnico. È una sfida che il calcio custodisce nella memoria collettiva, inevitabilmente legata a quel pomeriggio del 22 giugno 1986 allo stadio Azteca di Città del Messico. Prima la celeberrima “Mano de Dios”, con cui Diego Armando Maradona beffò gli inglesi senza che l’arbitro se ne accorgesse. Poi, appena quattro minuti dopo, il capolavoro assoluto: la cavalcata di oltre sessanta metri, il dribbling su Peter Shilton e su quattro difensori inglesi, fino al leggendario “gol del secolo”. Due reti diversissime, una discussa e una immortale, entrambe entrate per sempre nella storia del calcio.
La finale, comunque vada l’altra semifinale, ha già una protagonista. Perché questa Spagna non sta soltanto vincendo: sta convincendo. E nel calcio, quando il bel gioco si accompagna ai risultati, non è mai una semplice coincidenza. È il segno che il talento, quando viene organizzato con intelligenza, finisce quasi sempre per avere ragione.


