Se il passato dimostra che la Federazione aveva già individuato la necessità di sostenere economicamente la Lega Pro attraverso la riforma, il presente dimostra che nessun intervento isolato può risolvere un problema strutturale. Perché la sostenibilità, è bene ribadirlo, non si decreta per regolamento e non si acquista con un contributo: si costruisce con un modello economico che produce valore
Salary cap e 0,50%: davvero bastano per rendere sostenibile la Serie C?Il dibattito che si è sviluppato negli ultimi mesi attorno al salary cap e alla destinazione dello 0,50% dei proventi dei diritti audiovisivi sembra voler consegnare al calcio di Serie C due strumenti destinati a risolvere i problemi economici della categoria.
È una lettura suggestiva. Ma rischia già di essere semplicistica. La realtà è ben più complessa e, soprattutto, dimostra che la sostenibilità non nasce da un singolo provvedimento, bensì da un insieme di riforme capaci di incidere sul modello economico della Serie C.
Il precedente: la gestione Gravina
Per comprendere il significato delle misure oggi in discussione è utile guardare al recente passato. Durante la presidenza federale di Gabriele Gravina, il tema della sostenibilità della Lega Pro era già stato posto al centro dell’azione politica della Figc. In più occasioni il Consiglio Federale approvò interventi economici e misure di sostegno destinate alla categoria, nella consapevolezza che la Serie C rappresentasse un patrimonio imprescindibile del calcio italiano.
L’obiettivo era chiaro: accompagnare i club verso la riforma e verso un modello più equilibrato, investendo nella valorizzazione dei giovani, nelle infrastrutture e nella crescita organizzativa delle società.
Lo 0,50% dei diritti audiovisivi non nasce quindi dal nulla. Si inserisce in un percorso che aveva preso forma già negli anni precedenti e che mirava a individuare nuove risorse per il sistema.
Il salary cap: un provvedimento utile, ma incompleto
L’introduzione del salary cap rappresenta certamente un passo avanti sul piano della disciplina finanziaria. Contenere il costo della rosa significa limitare quella corsa agli stipendi che, troppo spesso, ha prodotto squilibri economici difficilmente sostenibili.
Ma proprio qui emerge il principale limite del provvedimento.Il tetto riguarda essenzialmente i calciatori. Le differenze economiche tra le società, invece, continuano a manifestarsi attraverso altre voci di investimento: allenatori, direttori sportivi, staff tecnici, scouting, strutture, tecnologie, organizzazione societaria e settore giovanile.
Il vantaggio competitivo non viene eliminato. Semplicemente cambia forma. Per questo motivo il salary cap può contenere l’inflazione salariale, ma non può essere considerato uno strumento capace, da solo, di riequilibrare il campionato o di risolvere le fragilità economiche della categoria.
Lo 0,50%: una risposta che da sola non basta
Anche la destinazione dello 0,50% dei proventi dei diritti audiovisivi viene spesso presentata come una svolta. È certamente una misura positiva se destinata a rafforzare il settore giovanile e le infrastrutture.Ma trasformarla nella soluzione definitiva dei problemi della Serie C significa attribuirle effetti che, realisticamente, non può avere.
Al riguardo anche qualora tutte le risorse previste fossero effettivamente disponibili, il loro impatto economico resterebbe inevitabilmente limitato rispetto ai fabbisogni complessivi di una categoria composta da sessanta società professionistiche.
Non trascurando che secondo diverse valutazioni evidenziate nel sistema calcistico nazionale come in Federcalcio, resta da decifrare con quali modalità tali risorse potranno tradursi concretamente in benefici per i club. E’ più di una ipotesi, infatti, che gli interventi della Figc possano essere soltanto indiretti, attraverso la copertura di specifici costi di sistema. Le spese arbitrali per citare un esempio!
L’uovo di Colombo?
C’è chi presenta lo 0,50% come l’uovo di Colombo della Serie C.Ma l’immagine rischia di essere fuorviante. L’uovo di Colombo è la soluzione semplice a un problema complesso. E la crisi economica della Serie C, invece, è tutto fuorché semplice. Le difficoltà dei club derivano da un modello che continua a produrre costi superiori ai ricavi, da impianti spesso obsoleti, da una limitata capacità commerciale e da un mercato televisivo che genera risorse insufficienti.
Né il salary cap, né lo 0,50% possono modificare, da soli, questo scenario. Sono strumenti utili. Sono tasselli magari importanti. Ma non sono e mai saranno la panacea di tutti i mali.
La vera sfida
Se il passato dimostra che la Federazione aveva già individuato la necessità di sostenere economicamente la Lega Pro attraverso la riforma, il presente dimostra che nessun intervento isolato può risolvere un problema strutturale.
Perché la sostenibilità, è bene ribadirlo, non si decreta per regolamento e non si acquista con un contributo: si costruisce con un modello economico che produce valore. Nel dettaglio si costruisce aumentando i ricavi, rendendo più attrattivo il prodotto Serie C, investendo stabilmente nelle infrastrutture, valorizzando il patrimonio dei vivai e creando condizioni economiche che consentano ai club di reggersi sulle proprie forze.
È su questo terreno che si misurerà il futuro della Serie C. Perché salary cap e 0,50% rappresentano strumenti utili, ma continuare a considerarli la soluzione definitiva significherebbe attribuire loro un ruolo che, da soli, non possono e non potranno mai svolgere.


