Taranto è una città grande con una popolazione piccola. Le follie del passato con il Piano Regolatore. Quelle del presente. E la contraddizione della questione demografica che diviene, sempre più, questione democratica. Classe dirigente, se ci sei, batti un colpo
Taranto è una città grande con una popolazione piccola. A fronte di un’estensione per chilometro quadrato pari a 249,60 si ritrova ad avere all’incirca 185 mila abitanti. Troppo pochi se si considera la sua superficie. Più estesa di quella di Bari. Ma anche di quelle di Napoli, Palermo e Genova. E ancora: di Bologna, Firenze e Venezia. Realtà con una popolazione censita di gran lunga più consistente. Una sorta di ossimoro demografico, quello riferibile al capoluogo jonico. Di contraddizione logico-territoriale.
Servirebbe aumentare la popolazione residente di almeno 50 mila unità. Portarla ad un punto di equilibrio che raggiunga i 230, 240 mila abitanti. Farlo mediante politiche specifiche. Interventi di settore. Una ben definita strategia economica. In grado di svilupparsi su un arco temporale di un paio di decenni. Altrimenti, per come è conformata dal punto di vista urbanistico la città, per la follia del vigente Piano Regolatore, per le tante periferie che rendono quella pugliese una realtà municipale centrifuga, esiste un concreto rischio d’implosione. I servizi di garantire sono costosi, differenziati e distanziati. A fronte di un potenziale gettito fiscale, di una reale capacità di spesa pro capite, bassi. In disequilibrio con la risorse pubbliche da poter configurare.
Di questi temi, la locale classe dirigente non solo non si preoccupa. Ma fa fatica persino a comprenderne il significato. L’importanza strategica. Eppure non c’è questione democratica slegata da questioni demografiche. Il nesso è imprescindibile, specie in società sempre più competitive come quelle contemporanee. E alle prese con una progressiva diminuzione dei trasferimenti statali. Taranto è una grande piccola città. C’è un aggettivo di troppo. Che rischia di comprometterne il futuro. La “Città vuota” cantata da Mina.


