di Maria D’Urso
La voce di una giovane cronista che racconta i disagi delle nuove generazioni del Medio Oriente intervistata dal direttore di CosmoPolis Carriero
L’aggettivo che meglio descrive Cecilia Sala è pacatezza. Lo è, perfino, quando commenta l’ultima notizia, relativa all’annuncio di Donald Trump sul raggiungimento di un accordo per il disarmo di Hamas: “È una buona notizia; tuttavia, non bisogna sperarci troppo perché questi accordi spesso si rivelano vaghi, pronti a saltare da un momento all’altro”. Secondo l’inviata di guerra romana, a detta di Trump, Hamas sarebbe disposto a rinunciare “non solo al potere politico”, ma anche alle armi, nell’ambito di “un’intesa che prevedrebbe una tregua di un anno” e un ritiro graduale delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza. Prosegue Sala, decisa: “Finora non era chiaro se il movimento fosse realmente intenzionato a disarmarsi, pur mantenendo un’influenza sul territorio. Resta da vedere se queste dichiarazioni troveranno conferma nei fatti. Speriamo che non vengano smentite”. Sorride con gli occhi. Dal pubblico nessuna replica, perché è già rapito dalla sua analisi.
I figli dell’odio: il racconto di una passione vissuta sul campo a 360°
Sul palco dell’Angolo della Conversazione, la rassegna estiva letteraria dello Yachting Club, Sala è stata intervistata dal direttore di CosmoPolis, Vincenzo Carriero. Ha spiegato la sua ultima fatica letteraria “I figli dell’odio”, edita da Mondadori, un racconto puntuale sulle nuove generazioni che vivono sulla propria pelle le guerre in corso in Medio Oriente. Ragazzi costretti a convivere con conflitti che, molto probabilmente, non vedranno mai finire. E lei, da buona cronista, non si perde nelle sole questioni geopolitiche; piuttosto, attraverso i suoi racconti, riesce a catapultare il lettore al fronte: “Nel mio libro – spiega al pubblico – mi soffermo molto spesso sugli aneddoti legati ai giovani perché sono loro lo specchio della società, sono loro che ti fanno capire quali siano le trasformazioni e i cambiamenti in atto. La maggior parte degli israeliani, non è una reazione al 7 ottobre. Basti pensare che, negli anni Ottanta, i loro genitori erano favorevoli al principio dei Due Popoli e Due Stati, diversamente dai propri figli”. Sul fenomeno Pallywood (termine coniato dall’unione tra “palestinese” e “Hollywood”), ovvero la teoria secondo cui la propaganda palestinese manipolerebbe filmati e fotografie per screditare l’esercito israeliano simulando vittime e sofferenze inesistenti, Sala è netta: “Sulla piattaforma X, tanti account sostengono che le immagini delle piccole vittime siano finte. Tutto questo è frutto di un educazione che deriva anche da famiglie che votano e crescono i figli secondo schemi ben precisi. È una componente della società israeliana che è cresciuta rapidamente, continua a espandersi e avrà un peso politico sempre più forte”.
La verità sul Medio Oriente e sulla sua detenzione
Il suo libro si apre con il racconto di alcune adolescenti che, attraverso la scritta su uno striscione, che vietano ai propri coetanei l’unione tra ebrei e palestinesi. Qui la giornalista racconta alcuni aneddoti sul popolo israeliano: “Molti israeliani sono di ultradestra e sono contrari ai matrimoni misti. È come se le lancette si fossero fermate, perché l’ossessione demografica fa parte della cultura israeliana fin dalle origini: siamo pochi ebrei da sempre e, nel rapporto con i palestinesi, è sempre esistita una competizione demografica. Ci sono organizzazioni estremiste che interpretano questo sentimento nel modo più radicale”. Riguardo all’Iran, invece, secondo Sala gli iraniani hanno ormai capito che non c’è alternativa e che dovranno convivere ancora con il regime: “Nel 2022 due giornaliste sono state arrestate e condannate a 13 e 12 anni di carcere per aver raccontato la morte di Mahsa Amini, arrestata dopo essere stata accusata di non indossare correttamente il velo in spiaggia. Per questo temo che la Repubblica islamica resterà dov’è e credo che lo abbiano capito anche gli iraniani stessi”. Inevitabilmente, ma con molta delicatezza, il direttore le ha chiesto della sua detenzione, durata 21 giorni nel carcere di Evin, a Teheran, tra il 19 dicembre 2024 e l’8 gennaio 2025: “Per fortuna sapevo a cosa andassi incontro – ha risposto Sala – perché di quel posto conoscevo, perfino, il colore delle pareti. E dico per fortuna, perché sono una persona che preferisce avere tutto sotto controllo. Senza i racconti e le testimonianze di chi c’è stato prima di me, probabilmente, sarei impazzita. Ero incappucciata durante gli interrogatori e quando dovevo andare in bagno. Ho vissuto per ventuno giorni in una cella piccola, illuminata soltanto da una luce al neon. Per questo ringrazio la tempestività con cui le autorità italiane mi hanno riportata a casa. È stata un’esperienza molto forte”. Qui si ferma. Tra il pubblico cala il silenzio. Gli occhi della giornalista si fanno lucidi, ma la compostezza non viene mai meno. È con la stessa lucidità che ha accompagnato l’intera conversazione con il direttore, Cecilia Sala conclude il racconto della sua detenzione, ricordando come, dietro ogni guerra, ci siano soprattutto persone e vite segnate dalla violenza. Ed è proprio questo il cuore de I figli dell’odio: dare voce a una generazione costretta a crescere tra conflitti, paura e perdita, senza mai smettere di cercare un futuro.


