Perché non affidare il Club Italia, e quindi la gestione della Nazionale maggiore, a una struttura nella quale abbiano un ruolo diretto anche i club della Serie A?
La Nazionale ostaggio del sistema: Malagò rischia di essere impallinato. C’è qualcosa che non torna nella fotografia attuale del calcio italiano. E non riguarda soltanto Giovanni Malagò, Paolo Maldini o la scelta di Diana Bianchedi come capo delegazione della Nazionale. Riguarda un equilibrio di poteri che, nel tempo, è diventato sempre più difficile da governare.
Malagò, uomo di grande esperienza ai vertici dello sport italiano, è arrivato alla presidenza della Federcalcio con l’obiettivo di rimettere ordine in un sistema da troppo tempo attraversato da contrasti e riforme incompiute. Oggi, però, rischia di trovarsi nella posizione più scomoda: quella del presidente al quale vengono attribuite responsabilità che appartengono a un sistema molto più ampio.
La vicenda Maldini è stato il primo campanello d’allarme. Dopo le dimissioni, l’ex dirigente ha affidato al Corriere della Sera la propria versione dei fatti, sostenendo che Malagò non avrebbe rispettato gli accordi. Una ricostruzione che inevitabilmente ha indebolito l’immagine del presidente federale.
Poi è arrivata la scelta di Diana Bianchedi. Nessuno mette in discussione il prestigio sportivo della due volte campionessa olimpica. Ma la domanda è inevitabile: era davvero questo il momento di affidare la rappresentanza della Nazionale di calcio a una figura proveniente da un’altra disciplina e contemporaneamente impegnata ai vertici dello sport olimpico? La questione non è la persona. È la scelta politica e istituzionale. Perché Malagò rischia di diventare il bersaglio di tutte le contraddizioni del sistema.
Il vero potere è sempre più nella Serie A. Qui sta il punto centrale. La Lega di Serie A ha ormai acquisito una forza economica e politica enorme e vive, in larga misura, di una propria autonomia. I club hanno interessi legittimi: bilanci, diritti televisivi, mercato, risultati sportivi. La Nazionale rappresenta invece un interesse generale e di lungo periodo. E non sempre le due esigenze coincidono.
Sul mercato, per un club, è spesso più conveniente acquistare un giocatore straniero già pronto piuttosto che investire tempo e risorse nella crescita di un giovane italiano. È una scelta imprenditoriale comprensibile. Ma chi si occupa, allora, del serbatoio della Nazionale? Non possiamo pretendere che siano soltanto i club a farlo, ma non possiamo nemmeno chiedere alla Federcalcio di costruire una Nazionale competitiva se il sistema dei campionati non produce più con continuità un numero sufficiente di giocatori italiani di alto livello.
Ecco la contraddizione. Un commissario tecnico può scegliere i giocatori. Non può crearli. Può convocare i giovani, ma non può obbligare gli allenatori dei club a schierarli. Può chiedere qualità, ma non può costruire i vivai.
Il Presidente Federale non può essere il capro espiatorio, non può essere valutato soltanto in funzione dei risultati della Nazionale maggiore. Sarebbe una concezione troppo riduttiva del suo mandato. La Federcalcio ha responsabilità che riguardano l’intero sistema: settori giovanili, formazione, organizzazione, rapporti internazionali e futuro del movimento.
E allora perché non affrontare un tema che può sembrare provocatorio, ma forse non lo è affatto? Perché non affidare il Club Italia, e quindi la gestione della Nazionale maggiore, a una struttura nella quale abbiano un ruolo diretto anche i club della Serie A?
Non sarebbe necessariamente uno scontro con la Federcalcio. Potrebbe diventare, al contrario, una forma di responsabilizzazione. Se la massima serie avesse una responsabilità diretta nella costruzione e nella gestione della Nazionale, sarebbe più difficile considerare gli Azzurri come un problema esclusivamente federale. La scelta del commissario tecnico potrebbe essere condivisa; la programmazione della Nazionale potrebbe tenere conto delle esigenze dei club, ma anche di quelle della squadra azzurra; soprattutto, i club sarebbero chiamati a rispondere anche della salute del movimento nazionale. È una soluzione da discutere, non una provocazione da respingere.
La Nazionale ha bisogno di tutto il calcio italiano. Intanto il nuovo commissario tecnico dovrà fare i conti con una situazione tutt’altro che semplice. La Nations League 2026/27 proporrà subito all’Italia Belgio, Turchia e Francia, con quattro partite concentrate tra il 25 settembre e il 5 ottobre e altre due a novembre.
Non ci sarà molto tempo per sperimentare. Mancini dovrà costruire una squadra competitiva anche pescando tra i migliori italiani che giocano all’estero. Ma non si può chiedere a un commissario tecnico di costruire dal nulla ciò che il sistema dei club non produce più con sufficiente continuità. Ed è proprio qui che il caso Malagò diventa un problema di sistema. Il presidente federale rischia di essere “impallinato” dalla rottura con Maldini, dalle polemiche sulla nuova governance della Nazionale, dal rapporto sempre più delicato con la Serie A e, soprattutto, dai risultati degli Azzurri.
Ma la vera domanda non è se Malagò sia in grado di gestire la Nazionale. La vera domanda è un’altra: l’attuale architettura del calcio italiano consente ancora alla Federcalcio di governare realmente il sistema? La Serie A dispone oggi di una forza economica enorme. I club decidono autonomamente le proprie strategie, costruiscono rose sempre più internazionali e perseguono interessi che non sempre coincidono con quelli della Nazionale. La Federcalcio, invece, resta il soggetto al quale tutti chiedono conto quando gli Azzurri perdono. È una sproporzione che non può durare.
Forse è arrivato il momento di smettere di parlare soltanto di riforma dei campionati e cominciare a discutere seriamente di riforma della governance. Perché il problema dell’Italia non è soltanto trovare il prossimo grande commissario tecnico. Il problema è capire chi vuole davvero costruire la prossima grande Nazionale.
Se la risposta è l’intero calcio italiano, allora anche la Serie A dovrà finalmente sedersi al tavolo non soltanto per difendere i propri interessi, ma per assumersi le proprie responsabilità. Altrimenti continueremo a cambiare presidenti, commissari tecnici, dirigenti e capi delegazione, mentre il problema resterà esattamente dov’è: in un sistema nel quale tutti hanno una parte del potere, ma nessuno sembra avere per intero la responsabilità del risultato.


