L’ associazione: “L’ex Ilva è riuscita ancora una volta in un piccolo miracolo italiano: mentre tutti dichiarano di volerla salvare, nessuno sembra ancora aver spiegato con precisione che cosa intendiamo salvare”
Pubblichiamo per intero la nota di Aigi
Una cordata italiana si prepara a entrare nella partita puntando sugli impianti “a valle delle bramme”. Jindal, invece, rilancia sull’intero gruppo, area a caldo compresa. Intanto i commissari presentano un piano per trasformare Taranto con forni elettrici e preridotto. E allora la domanda diventa inevitabile: l’Italia vuole ancora produrre acciaio primario o vuole soltanto lavorare quello prodotto altrove? E soprattutto: chi pagherà il conto di ciò che verrà spento?
L’ex Ilva è riuscita ancora una volta in un piccolo miracolo italiano: mentre tutti dichiarano di volerla salvare, nessuno sembra ancora aver spiegato con precisione che cosa intendiamo salvare.
La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’area a caldo entro novanta giorni, subordinando la possibilità di riprendere l’attività alla rimozione completa dell’amianto residuo e all’adozione di misure capaci di ricondurre le emissioni di polveri sottili entro condizioni di sicurezza con riferimento allo scenario produttivo autorizzato dall’AIA: sei milioni di tonnellate di acciaio all’anno. È il cuore della vicenda.
Solo che, nel frattempo, la realtà ha aggiunto qualche dettaglio. E i dettagli, nell’industria come nel diritto, hanno il brutto vizio di contare.
Quando l’ideologia prende il posto dei dati
La sentenza di Milano, appare profondamente ideologica prima ancora che tecnica, perché finisce per assumere decisioni definitive senza ancorarle fino in fondo alla realtà misurata dello stabilimento.
Sul tema dell’amianto nessuno può permettersi minimizzazioni: è cancerogeno e ogni rischio deve essere eliminato. Ma proprio per questo servono dati, campionamenti e concentrazioni effettivamente rilevate, distinguendo con rigore tra presenza di materiale contenente amianto, suo stato di conservazione, possibilità di rilascio ed esposizione reale dei lavoratori e dell’ambiente.
Se si contesta al gestore di non aver documentato adeguatamente l’assenza di dispersione, dovrebbe essere altrettanto naturale pretendere evidenze scientifiche che ne dimostrino presenza, entità e localizzazione.
Lo stesso cortocircuito emerge sulle polveri sottili: la Corte richiama correttamente PM10, PM2,5, valutazioni sanitarie e dati ISPRA, riconoscendo persino che la riduzione delle emissioni è andata di pari passo con il crollo della produzione; tuttavia costruisce poi la propria prescrizione sullo scenario AIA di sei milioni di tonnellate annue, quando lo stabilimento reale, con il solo Altoforno 2 in funzione a fine giugno, viaggiava su un ritmo annualizzato inferiore ai due milioni di tonnellate. Sei milioni sono il massimo autorizzato, non ciò che oggi viene prodotto. Ed è qui che una decisione giudiziaria rischia di trasformarsi in una valutazione ideologica: si giudica la fabbrica per ciò che teoricamente potrebbe produrre, invece che per ciò che realmente produce e per le emissioni effettivamente misurate.
Una politica industriale seria dovrebbe allora fare ciò che la tecnica suggerisce: fissare un tetto produttivo compatibile con una nuova valutazione sanitaria, imporre monitoraggi continui e pubblici, intervenire progressivamente sugli impianti e verificare scientificamente ogni rischio.
Misurare, autorizzare ciò che è sostenibile e controllare che i limiti non vengano superati. Altrimenti il paradosso resta evidente: è come ritirare definitivamente la patente a un automobilista perché la sua auto può raggiungere i 250 km/h mentre sta viaggiando a 80, dimenticando che, prima di fermarlo per sempre, esiste anche la possibilità di imporgli un limite.
Arriva la cordata italiana. Tricolore sì, ma che cosa compra?
Ed eccoci alla grande novità di agosto: la cordata italiana.
Federacciai ha ricevuto mandato per verificare con il Governo le condizioni di un intervento industriale. Tra i gruppi indicati figurano Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini: praticamente una parte molto rilevante della siderurgia privata nazionale.
Operazione industrialmente interessante e politicamente seducente.
Dopo anni di multinazionali, fondi, azeri, americani, indiani e aspiranti salvatori arrivati con business plan sotto il braccio, vedere alcune delle maggiori famiglie siderurgiche italiane interessarsi all’ex Ilva solletica inevitabilmente un po’ di orgoglio nazionale.
Benissimo.
Ma prima di sventolare il tricolore sarebbe utile capire meglio le dinamiche e le intenzioni di una eventuale acquisizione.
Antonio Gozzi ha chiarito il perimetro industriale dell’interesse: “tutto quello che viene a valle delle bramme, compresi i laminatoi a caldo”, non gli altiforni e non le acciaierie con colata continua.
Questa frase chiarisce molto, ma non tutto.
Perché “a valle delle bramme” significa che l’interesse è rivolto in primis agli impianti di laminazione di Taranto comprendendo Genova, Novi Ligure, Racconigi e agli altri asset settentrionali. Dunque sarebbe scorretto sostenere oggi che la cordata voglia esclusivamente le fabbriche del Nord, come sostengono i detrattori.
Ma proprio qui cominciano le domande che il Governo dovrebbe rendere pubbliche prima di parlare di salvataggio. Qual è il perimetro esatto?
Quali linee di Taranto entrerebbero nell’operazione? Quali stabilimenti settentrionali? Con quale distribuzione tra i diversi partecipanti? Quanti lavoratori verrebbero assorbiti? Chi fornirebbe le bramme? A quali prezzi? E soprattutto, chi resterebbe proprietario o responsabile degli impianti dell’attuale area a caldo?
Il Mimit conferma che la gara oggi in essere consente ancora proposte sull’intero perimetro, caldo e freddo, e precisa che una modifica del perimetro richiederebbe un nuovo avviso, con inevitabile allungamento dei tempi. La scelta, insomma, non è ancora stata fatta. E sarà una scelta politica prima ancora che industriale.
Alcune questioni tecniche che non possono più aspettare
Il Governo sembra intenzionato a mantenere operative a Taranto le attività di laminazione anche dopo il 28 ottobre, la data ormai indicata per lo spegnimento dell’area a caldo.
Bene. Ma c’è un dettaglio, tutt’altro che secondario: il 28 ottobre è praticamente domani.
Spegnere gli altoforni significa interrompere la produzione di acciaio e, quindi, delle bramme necessarie ad alimentare gli impianti a valle. E allora la domanda è semplice: insieme al mandato impartito ai commissari per procedere allo spegnimento dell’area a caldo, qualcuno ha dato loro anche indicazioni precise su come continuare ad alimentare le linee di laminazione?
Le bramme da dove arriveranno? Chi le acquisterà? A quale prezzo? E, soprattutto, chi le pagherà?
Perché le bramme, purtroppo, non arrivano a Taranto per decreto ministeriale.
C’è poi un’altra questione che sembra sfuggire alla narrazione rassicurante di queste settimane: uno stabilimento siderurgico non è un insieme di reparti indipendenti che possono essere accesi e spenti come interruttori. L’area a caldo e gli impianti a valle fanno parte di un unico sistema industriale, costruito negli anni proprio sulla loro integrazione.
Spegnere gli altoforni significa quindi perdere non soltanto la produzione delle bramme, ma anche una parte fondamentale dell’equilibrio energetico dello stabilimento. Le centrali oggi utilizzano i gas provenienti dal ciclo integrale; i forni necessari al processo produttivo richiedono energia e combustibile; l’intera organizzazione delle linee dovrà essere ripensata per lavorare con semiprodotti acquistati all’esterno.
Tutto questo richiede contratti di approvvigionamento, logistica, disponibilità portuale, energia elettrica, gas, programmazione produttiva e risorse finanziarie.
Non esattamente dettagli da sistemare nelle ultime settimane.
A meno che qualcuno non immagini davvero che ciò che non si è riusciti a definire compiutamente in anni di procedure, trattative e tentativi di cessione possa essere risolto in due mesi, magari consegnando al futuro acquirente — chiunque esso sia — anche il conto e il problema di trasformare in corsa l’organizzazione industriale dello stabilimento.
Sarebbe una soluzione certamente comoda: lo Stato spegne, il nuovo proprietario compra le bramme, trova l’energia, riorganizza gli impianti e possibilmente paga tutto.
Peccato che la siderurgia reale funzioni in maniera un po’ diversa.
Se il Governo ritiene che Taranto debba continuare a laminare dopo lo spegnimento dell’area a caldo, allora deve spiegare oggi, non il 28 ottobre, quale sia il modello industriale previsto per farlo.
Perché una strategia industriale non può consistere nello spegnere prima gli impianti e chiedersi dopo come alimentare quelli rimasti accesi.
E Jindal? L’indiano che vuole anche quello che gli italiani non vogliono
Nel frattempo c’è un particolare che rischia di diventare imbarazzante.
Jindal Steel International, dopo il decreto di Milano, non si è ritirata. Ha fatto l’opposto.
Il 31 luglio il gruppo indiano ha ribadito ai commissari di essere disponibile ad acquisire l’intero perimetro, area a caldo e area a freddo, valutando anche la gestione del rischio connesso all’area a caldo e proponendo la realizzazione di un forno elettrico a Taranto. Nella fase transitoria Jindal dichiara di poter fornire fino a quattro milioni di tonnellate annue di bramme dall’India per alimentare Taranto, Genova e Novi Ligure.
Il Mimit, il 4 agosto, ha confermato ufficialmente che Jindal intende proseguire nell’attuale procedura.
Questo non significa che Jindal debba vincere. Non significa che il suo piano sia necessariamente migliore. E certamente non significa che lo Stato debba consegnare l’Ilva al primo straniero che promette di comprarla.
Significa soltanto che, se vogliamo fare sul serio, i piani devono essere confrontati per ciò che contengono, mettendo da parte lo spirito patriottico se necessario.
Quanto capitale mette ciascun concorrente? Quanta produzione primaria resta a Taranto? Quanti occupati? Chi costruisce i forni elettrici? Chi assume il rischio ambientale e il costo della transizione? Chi garantisce le bramme? Per quanto tempo? E con quale dipendenza dall’estero?
È questa la graduatoria che serve all’Italia.
Spegniamo il caldo. Poi qualcuno bonificherà. Chi?
C’è poi il grande elefante nella stanza.
Se l’area a caldo viene definitivamente chiusa, non scompare.
Restano altiforni, cokerie, impianti di agglomerazione, reti gas, refrattari, strutture, tubazioni, materiali contenenti sostanze pericolose, sottosuolo, falde e una delle più gigantesche infrastrutture industriali d’Europa.
Qualcuno dovrà metterla in sicurezza. Qualcuno dovrà mantenerla mentre viene dismessa. Qualcuno dovrà demolirla. Qualcuno dovrà bonificare. E quel qualcuno dovrà pagare.
Nelle fonti pubbliche finora disponibili non emerge ancora un quadro economico complessivo che dica quanto costerà la dismissione definitiva dell’intera area a caldo e, soprattutto, chi ne sosterrà il costo residuo nel nuovo assetto industriale.
Il precedente di Bagnoli dovrebbe suggerire prudenza. Nel luglio 2024 Governo e Comune di Napoli hanno sottoscritto un protocollo che assegna 1,2 miliardi di euro a bonifiche, infrastrutture e rigenerazione dell’ex area siderurgica. Parliamo di un sito la cui vicenda industriale si è chiusa decenni fa e che continua a richiedere enormi risorse pubbliche.
Taranto sarà Bagnoli 2?
Nessuno può dirlo oggi. Sarebbe scorretto trasformare un interrogativo in una previsione. Ma sarebbe ancora più irresponsabile non fare i conti prima di spegnere. Perché un altoforno spento non diventa un prato verde grazie ad una firma sotto un decreto.
I commissari corrono al fotofinish e depositano il piano che il Governo aveva chiesto
Ed ecco l’ultimo paradosso.
Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha depositato il proprio Piano Operativo di decarbonizzazione previsto dal riesame AIA. Il documento delinea la trasformazione del sito verso un ciclo elettrico: due forni EAF da tre milioni di tonnellate annue ciascuno, un impianto di riduzione diretta da 2,5 milioni di tonnellate annue e una nuova centrale cogenerativa. L’obiettivo rimane una capacità complessiva di sei milioni di tonnellate.
Secondo i calcoli aziendali riportati nel piano, il nuovo assetto porterebbe la CO₂ da 13,92 a 3,57 milioni di tonnellate l’anno, -74%. Le polveri complessive scenderebbero del -72%, il PM10 del -54%, il benzene del -98%, gli NOx del -91%, gli SOx del -94%. Le soluzioni tecnologiche e ambientali sono state sottoposte a verifica tecnica di RINA Consulting – Centro Sviluppo Materiali.
Il programma prevede l’avvio dell’ingegneria nel 2027, il primo EAF entro fine 2029 e il completamento del secondo forno e del DRI entro giugno 2030.
Sembra quello che vogliono tutti: I sindacati che manterrebbero l’occupazione, il Governo che non rinuncerebbe all’acciaio strategico nazionale, i cittadini di Taranto che vedrebbero una fabbrica resa finalmente verde ed ambientalizzata nell’arco di qualche anno dopo averla “sopportata” per decenni.
Non è la bacchetta magica capace di risolvere il problema dei novanta giorni imposto da Milano ma è la soluzione, sempre che il Governo faccia di tutto per attuarla.
Una domanda politica gigantesca
I commissari che hanno elaborato questo piano sono stati nominati dallo Stato. L’amministrazione straordinaria opera sotto la vigilanza pubblica. Il Governo, appena un anno fa, aveva reso obbligatoria la decarbonizzazione del sito e previsto nel bando fino a tre forni elettrici, oltre al sostegno pubblico attraverso DRI d’Italia.
Adesso che i suoi stessi commissari mettono sul tavolo una soluzione tecnica, Palazzo Chigi dovrebbe dire una cosa semplicissima: questo piano rappresenta ancora la strategia industriale dello Stato oppure no?
Se sì, si individuino risorse, soggetti attuatori, partner industriali e infrastrutture e si verifichi quali parti possano essere accelerate.
Se no, lo si dica apertamente e si spieghi perché.
Quello che non è accettabile è chiedere un piano, riceverlo e poi comportarsi come se il documento fosse arrivato per posta a un altro Governo!
La domanda finale è molto semplice: chi farà ancora l’acciaio?
Un Paese industriale come l’Italia può permettersi di confondere la transizione ecologica con la rinuncia alla produzione?
L’Italia deve decidere se vuole ancora possedere una capacità significativa di produrre acciaio primario oppure se preferisce importare bramme e trasformarle nei propri laminatoi.
Perché sono entrambe siderurgia, ma non sono la stessa cosa.
Nel primo caso possediamo una filiera.
Nel secondo possediamo una lavorazione o “una officina” (come diceva qualcuno).
E allora ben venga la cordata italiana. Ben venga Jindal. Ben vengano altri investitori. Ben vengano i forni elettrici e il preridotto. Ben vengano anche le nuove industrie che il Governo vuole portare a Taranto.
Ma basta con le formulette ad effetto!
Vogliamo sapere chi produrrà l’acciaio, dove lo produrrà, quanti lavoratori manterrà, quanto investirà e chi pagherà ciò che verrà lasciato indietro.
E, come tutti, ci aspettiamo che a questo punto lo Stato faccia finalmente lo Stato.
Che scelga una direzione, se ne assuma la responsabilità e la persegua nell’interesse industriale, ambientale e strategico del Paese. Perché in questa vicenda abbiamo assistito troppo spesso a uno Stato che, attraverso le sue diverse istituzioni, sembra procedere in ordine sparso: una parte autorizza, un’altra prescrive, una vende, un’altra programma la decarbonizzazione, mentre un’altra ancora prepara già il dopo-Ilva ma solo sulla carta.
Uno Stato non può limitarsi a prendere atto degli eventi che determinano il destino della propria industria strategica. Deve governarli.
E invece, nella vicenda dell’ex Ilva, l’impressione sempre più difficile da scrollarsi di dosso è quella di uno Stato che non abbia ancora deciso dove vuole portare Taranto e la siderurgia italiana e che, proprio per questo, finisca per apparire più vittima degli eventi che artefice del proprio futuro.
È arrivato il momento di scegliere.
Perché la politica industriale di una nazione non può essere scritta dalle circostanze, dalle emergenze o dalle sentenze.
Deve scriverla lo Stato.



